Liberté, egalité, sexualité

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I francesi continuano spediti sulla via della liberté, egalité e sexualité per declinare la laicità e integrare i moltissimi immigrati che affollano il suolo d’oltralpe. Come ha sostenuto anche il corriere della sera con la sua triennale dedicata alla sessualità delle donne, i cosiddetti valori che abbiamo da opporre all’avanzata musulmana in Europa, che si manifesta sia come colonizzazione ideologica che, ahimè, in violenza e attentati, si riassumono tutti nello slogan “sesso per tutti”. Sembra proprio che gli illuminati (nel senso di illuministi) governanti europei abbiano deciso che ciò che identifica con pregnanza e chiarezza il popolo europeo sia il suo atteggiamento libertino verso il sesso. Non già le radici cristiane, men che meno la nobilissima carta dei diritti dell’uomo, partorita dopo il dramma della seconda guerra mondiale in un sussulto di nobiltà d’animo dell’umanità ferita.

No, ciò che ci caratterizza di fronte al gruppo coeso e autoghettizzato dei musulmani che affollano le nostre città è la libertà di (s)vestirci come ci pare, di indossare gli shorts e la canotta in autobus o il topless in spiaggia, di fare video porno e postarli sui social ridacchiando, di cambiare partner ogni tre per due, di abortire gratuitamente e velocemente grazie al servizio sanitario nazionale ogni volta che un preservativo fa cilecca, di commissionare figli in provetta, magari scegliendo anche qualche caratteristica fisica di rilievo, di sbaciucchiarci in pubblico, anche uomo uomo, donna donna (anzi, per loro l’applauso è d’obbligo), di pretendere il rispetto a prescindere dal fatto che uno se lo sia meritato, sostenendo che ogni atteggiamento è lecito, a priori.

Questo, in soldoni, il riassunto dei “nostri valori” così come li intendono i capi di stato quando, all’indomani di qualche attentato, si accalcano a sostenere che ci opporremo alle derive estremiste coi nostri valori.

Nel solco di questa consapevolezza, i francesi ne hanno escogitata un’altra: ecco apparire sui banchi di scuola un nuovo misterioso attrezzo, per esplicare meglio la materia durante l’ora di educazione sessuale: la stampa 3D in plastica di un clitoride a grandezza naturale.

E’ la prima volta, ci informano i promotori dell’iniziativa con entusiasmo, che l’organo più (s)conosciuto del corpo delle donne viene ricreato in maniera anatomicamente corretta e questa era proprio una necessità, secondo la ricercatrice in scienze biomediche Odile Fillod, autrice dell’oggetto. Ora finalmente gli studenti di elementari e superiori potranno finalmente capire cosa sia e a cosa serva, durante le ore di educazione sessuale. Soprattutto, dico io, i bambini delle elementari. Fino a questo momento sui libri mancava una riproduzione accurata del famoso organo, tanto che l’Alto Consiglio sull’Uguaglianza francese a giugno aveva sentenziato che l’educazione sessuale delle scuole francesi era sessista e inaccurata.

Secondo Carla Lonzi, teorica del femminismo e autrice de «La donna clitoridea e la donna vaginale», il clitoride sarebbe addirittura «L’organo in base al quale “la natura” autorizza e sollecita un tipo di sessualità non procreativa», quindi ha un’importanza fondamentale nel processo di emancipazione femminile e la Fillod si augura che la sua opera aiuti le donne a capire che «il piacere non è una magia che solo i partner riescono a scatenare». Insomma, una specie di istigazione alla masturbazione.

Io vorrei solo timidamente ricordare che la masturbazione non è una pratica sanissima, che può sconfinare nella compulsione e generare una dannosa dipendenza.

L’epifisi è una ghiandola deputata al rilascio di due ormoni: la serotonina nelle ore di luce e la melatonina nelle ore notturne. Tra le altre attività, grazie soprattutto a questi ormoni, l’epifisi rende vigili e attenti, aumenta il grado di concentrazione, stimola l’apprendimento e la memoria, stimola la fisiologia del corpo e ne coordina il livello energetico, regola l’equilibrio emozionale e stimola il buon umore, regola e gestisce importanti funzionali ormonali. Il problema è che le attività stressogene che conduciamo, uno stile di vita sregolato e un’alimentazione industriale portano alla calcificazione di questa ghiandola. Anche la masturbazione, se compulsiva, si presenta come un’attività che tende ad atrofizzare l’epifisi e a rallentarne l’emissione di melatonina, ormone assolutamente essenziale per molteplici funzioni psico-fisiche. Tra queste rientrano il rallentamento dell’ invecchiamento precoce, il contrasto alla stanchezza cronica, alla perdita della concentrazione ecc. Questi processi sono gli stessi che sono presenti nella persona che fa un uso compulsivo della masturbazione.

Il famoso detto che la masturbazione rende ciechi ha un suo fondamento: si tratta infatti di una cecità non tanto a livello visivo, quanto a livello interiore. Non è un mistero che il porno dipendente si presenta solitamente come una persona poco empatica, con uno sviluppo interiore e un livello di integrazione delle sue parti indebolito. Pensare quindi che un semplice atto come la masturbazione, se protratta nel tempo e connotata compulsivamente, possa avere effetti nocivi solo a livello fisico è completamente errato. La masturbazione, comunque la si veda, ha degli effetti difficilmente misurabili anche su dei piani che non sono “visibili” all’occhio esteriore, ma che non sfuggono a chi pratica l’osservazione di sé e dei suoi spazi interiori.

Quindi auspicare che anche le donne, generalmente più immuni degli uomini a questa pratica, si lascino trascinare nella pericolosa dipendenza mi pare un atteggiamento piuttosto irresponsabile, tanto più se il messaggio è divulgato dentro le scuole.

Per quanto riguarda il clitoride in sé, se l’umanità è sopravvissuta finora senza avere il modellino 3D, forse tutta questa necessità non c’era: io, ad esempio, ho passato la quarantina e in tutta sincerità devo dire che l’ho vissuta assai bene da questo punto di vista, nonostante la mia riconosciuta ignoranza in merito alla forma specifica dell’organo in oggetto. Per vivere una normale, sana ed edificante sessualità di coppia, nel reciproco amore e rispetto, non serve nessun modellino anatomico, la natura ha già predisposto con sufficiente cura istinti e incastri.

Certo che, se invece stiamo parlando di professionisti del sesso, di quelli da video porno su you tube, che devono ottenere il massimo risultato nel minor tempo, con partner occasionale e senza coinvolgimento emotivo possibilmente, allora servono tutti i meccanicismi a disposizione, con la più alta precisione e accuratezza, soprattutto in campo femminile, perché si sa che la donna malauguratamente si eccita più con un’atmosfera che con una palpata approssimativa ed è meno impegnativo specializzarsi nei tecnicismi che parlare d’amore.

Se sapessero, gli uomini, che una donna non resiste al fascino senza tempo di un uomo elegante e ben educato che le apre la portiera!

Ho come l’impressione che sarebbe stato più utile il modellino di un cervello, piuttosto che quello del clitoride, per evidenziare quanti neuroni femminili si attivano quando un uomo le fa un complimento galante, quanta endorfina si libera nel corpo per una mano sfiorata con grazia.

Ma davvero, come complicare una cosa semplice.

Pubblicato su La Croce il 20/09/16

Vietato finire sotto un ponte

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A Treviso l’8 agosto un giovane ha scavalcato il parapetto in pietra del ponte di porta Carlo Alberto ed è sparito. Era mattina, le 10. La gente che transitava da lì lo ha visto, tra i passanti acuti osservatori c’era pure il consigliere comunale di Fratelli d’Italia Davide Acampora, il quale stava andando in centro a godersi una bella colazione estiva.

Il consigliere ha visto giusto la testa del giovane sparire dietro il parapetto, non dopo aver notato che in mano teneva un sacchetto della spesa. Allora incuriosito si è affacciato alla pietra per guardare di sotto, verso il fiume, ma non ha trovato traccia dell’uomo. Non soddisfatto di ciò, ha chiamato la polizia. È giunta una volante e due agenti si sono calati giù con una scala, scoprendo finalmente il terribile arcano: il giovane era tranquillamente seduto sotto il ponte, sulla scarpata del fiume, a mangiucchiare la sua spesa, accanto ad un grande zaino da trekking, un sacco a pelo e, udite udite, delle confezioni di biscotti e altri viveri. QUINDI gli agenti hanno dedotto che il ragazzo (sloveno) fosse accampato lì da alcuni giorni e PRONTAMENTE lo hanno fatto sloggiare.

Lo sloveno se n’è andato senza fare alcuna storia, tranquillo e giramondo come quando era arrivato.

Acampora soddisfatto ha affermato che è necessario intensificare i controlli sul territorio comunale e non abbassare la guardia, perché se questa persona, anziché essere un povero disperato (ma era poi disperato?) in cerca di un riparo fosse stato un malintenzionato, l’epilogo sarebbe stato diverso.

Ecco, io ci ho pensato un po’ su e questo diverso epilogo non mi è venuto in mente: poteva minare il ponte come i tedeschi nella seconda guerra mondiale? Poteva tendere agguati ai passanti saltando su dal parapetto all’improvviso? Poteva passare la notte a Treviso senza pagare la tassa di soggiorno?

No, perché se uno vuole stendere un sacco a pelo e farsi un sonno, esiste un triangolo di terra dove ciò sia permesso? Ogni zolla d’erba sembra avere un proprietario, che sia un contadino, un comune, un parco nazionale di non so che. Se non hai niente altro che il tuo zaino e la gioventù nelle gambe, in Italia non puoi nemmeno transitare, soprattutto nel nord. Le città si rifanno il trucco buttando fuori dalle mura barboni e giramondo, se va bene le forze dell’ordine indirizzano verso la solita Caritas (con buona pace dei laicisti che vogliono togliere l’8‰), se va male i malcapitati si fanno una giornata in questura e poi via, per la strada.

Quando studiavo a Bologna, sotto i portici di piazza Malpighi abitava un barbone: aveva una motocicletta come porta oggetti, un bel po’ di coperte pulciose, un fornellino da campo e un sorriso sdentato. All’ora di pranzo si cucinava pasta e fagioli, come nei migliori film di Bud Spencer, e riempiva l’aria affamata fitta di studenti alle fermate degli autobus di irresistibili profumi, tanto che ti veniva voglia di chiederne una cucchiaiata.

Un giorno mi avvicinai e gli porsi una banconota da diecimila lire. Lui ringraziò con il solito larghissimo sorriso, poi guardò la banconota e si rabbuiò: “tienila, se ne hai bisogno tu”, mi disse. Forse gli pareva troppo grossa, o forse gli parevo troppo rinsecchita io, bisognosa più di lui di un bel pasto abbondante. Imbarazzatissima, feci no no con le mani, la testa e forse pure coi piedi e me la filai verso la stazione, pensando che quel barbone era semplicemente una brava persona che si meritava il mio vile denaro e forse anche un po’ di fortuna in più.

Certo gli accattoni non sono tutti uguali, ci sono pure i professionisti del settore, i quali mai al mondo rifiuterebbero una banconota e magari lanciano anche qualche improperio all’indirizzo di chi li ignora. Però questo sloveno giramondo, con zainone e sacco a pelo, discreto e nascosto sotto un ponte, non stava chiedendo niente a nessuno, approfittava solo del greto scosceso del fiume come letto e delle pietre del ponte come tetto.

Non so, l’ordine pubblico è una roba seria, e bla bla il terrorismo e bla bla la criminalità eccetera, però la terra del Comune è, appunto, in comune, cioè di tutti, anche del viandante. E mi soffermo a pensare a dove potrei dormire se crollasse la mia casa, in quale angolo di mondo ci sarebbe posto per raggomitolare le mie ossa e fare mattina. Non si può più nemmeno dire “son finito sotto un ponte”.

Complottisti e sognatori

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Sono in una chat di complottisti (non è il suo nome ufficiale, ma il senso è quello). E’ bellissimo leggere di tutte queste persone, molte estremamente colte e competenti su tanti argomenti, di politica, economia, finanza, scienza, che si arrovellano il cervello per capire quel che succede nel mondo, disarticolare processi e fenomeni, svelare altarini, sviscerare motivazioni occulte. Sono animate da un desiderio profondo di verità, nel senso proprio di oggettività della realtà, di elenco esaustivo ed esauriente di fatti accaduti, nelle loro relazioni di causa ed effetto, per comprendere dove stiamo andando e perché.

Si citano complotti internazionali di durata decennale, nomi e cognomi di illustri personaggi, manovratori di lobby e veri detentori del potere nel mondo, piani segreti e non, per la decimazione della popolazione, per la riduzione in schiavitù di tutti, per la distruzione della democrazia, per l’arricchimento di un’oligarchia, per fare il solito male a tanti a vantaggio di pochi.

Queste persone vogliono un mondo migliore e citano a tal proposito tanti uomini che, animati dal loro stesso desiderio, per un certo tratto di cammino ci hanno provato, a realizzarlo, questo mondo migliore.

Così leggiamo l’elogio di Casaleggio e dei suoi sogni di democrazia diretta, poi per qualcuno naufragati nel qualunquismo inconsapevole degli aderenti al movimento, per altri fagocitati dalla longa manus dei poteri forti. Oppure encomio a Giulietto Chiesa, subito seguito dal biasimo allo stesso Giulietto Chiesa che, per amore di azione, ha cercato di creare qualcosa (non ho capito bene cosa) e ha finito per litigare con qualcuno di troppo.

Insomma, abbiate pietà di me! Ammetto che non ci capisco niente di quel che dicono dentro questa chat di cervellotici, a parte una cosa: l’umanità funziona tutta allo stesso modo. Siamo un branco di san Tommaso (c’è pure quello che non crede che la terra sia rotonda, perché non l’ha visto coi propri occhi o quello che non crede alla teoria della relatività, né alla meccanica quantistica), e ci sentiamo possessori e custodi della verità, crediamo intimamente di poter capire, magari meglio di altri o solo in modo più idoneo a noi stessi, ma comunque crediamo di avere le risorse per comprendere il mondo e il suo linguaggio.

Ogni singolo individuo si sente un semidio: anche se non ha creato lui il mondo, comunque lo può comprendere e possedere nella propria mente.
E questa ricerca di connessione profonda con la verità sottesa ad ogni fenomeno umano o naturale ci tormenta, ci agita, ci rende irrequieti e in continua lotta col mondo. Aprire cassetti, di continuo, imparare nuove cose, scoprire angoli remoti, particolari celati. Al grido “viva la verità”, siamo pronti a morire. Poi però per ogni persona che mette avanti un piede e fa una proposta concreta, centomila si mettono di traverso a criticare, a contrapporre il proprio punto di vista.

Facciamo un partito che dice questo e questo. Però no, questo punto non lo condivido. E poi a cosa serve? Meglio un’azione economica. No, meglio un movimento di pressione. No, meglio una mega azione di boicottaggio finanziario. No, una petizione. Le petizioni non servono a niente. Allora un blog. E chi lo legge? Una nuova piattaforma informativa. Coi soldi di chi?

E alla fine, buonanotte, si è fatto tardi, continuiamo i sogni di gloria nel letto, ciascuno a casa propria.

La verità sarà anche una sola, ma ognuno la vede a modo proprio eh!

Spengo il cellulare, lo appoggio sul comodino e parlo al mio rosario rosso corallo sotto il cuscino, che non è cosa più folle che parlare con degli sconosciuti in una chat: caro Gesù, qui sembra una gran Babele. Anche se c’è tanta buona volontà, non si riesce a cavare un ragno da un buco, non si riesce nemmeno a partire a fare qualcosa! Tutti sono così concentrati sulla progettualità, sulla necessità di avere una visione globale delle cose, che non mettono mai avanti il piede. Costruirebbero una centrale termo nucleare globale per il teletrasporto su Marte, usando gli stuzzicadenti, se qualcuno desse loro un progetto di cui fidarsi. Ecco, ho detto due parole incredibilmente difficili: progetto e fiducia.

L’umanità è in grado di partorire un progetto unanimemente condiviso, un modello di società che risponda al bisogno di giustizia che anima ogni uomo? O gli egoismi prevarranno sempre, le lobby saranno sempre più forti della democrazia e i politici più onesti e motivati si faranno corrompere dal potere una volta sulla poltrona? Ha senso sognare un mondo globalmente migliore? Non lo so, non mi fido dell’umanità, non mi fido nemmeno di me stessa: sono capace di fare il male, lo so, il male degli altri e anche il mio, con incredibili vette di autolesionismo idiota. L’umanità è l’aggregazione scomposta di tanti beceri individui scalcagnati e cattivi, che siamo tutti noi. Sognare un mondo migliore è un po’ come sognare di costruire un favoloso mosaico con carriole di sassi sbeccati di tutti i colori, forme e materiali. In teoria si può fare, ma serve un progetto serio, una pianificazione del lavoro e la disponibilità di tutti i sassolini a farsi piallare della forma giusta, per inserirsi nel mosaico.

Nonostante l’evidente sconforto che a volte mi prende, di fronte alle cose che vanno a rotoli un po’ dappertutto, resto custode di una sottile speranza e di un mite e tenace desiderio di compimento, come i miei amici complottisti, del resto. Loro non parlano mai di Dio, e nominano la Chiesa solo per associarla a qualche malaffare di cui hanno sempre prove certe.

Boh, io sono nessuno: sarà che ho sonno, ma non ho voglia di angosciarmi troppo. Mi fido di Te e il progetto sto bene anche se non lo vedo.
Domani mattina, concedimi di saper rispondere ai bisogni di chi incontrerò, dammi ciò che mi viene chiesto di dare e fammi arrivare dove ti serve che vada. E buonanotte.

Prevenzione solo a parole

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A settembre 2015 Pau Dones, il cantante degli Jarabe De Palo, ha scoperto di avere un cancro al colon e per questo ha dovuto sospendere il tour previsto negli Stati Uniti. Da quel momento, ha deciso di vivere la sua malattia sui social, tenendo aggiornati costantemente i fans del suo stato di salute. Ha postato foto in camice ospedaliero prima della colonscopia, ha pubblicato un video tra le corsie dell’ospedale dove sottolinea l’importanza della prevenzione e ringrazia il lavoro dei medici, ha twittato i risultati degli accertamenti.
Ad aprile, su instagram è comparsa la sua foto con le braccia allargate sullo sfondo del mare ed un’espressione di grande sollievo sul volto rilassato: «Questa mattina sento che la vita mi ha fatto un regalo, il miglior regalo del mondo: un pezzetto in più di vita. E questo, quando sentivi la morte addosso, fa che questa mattina non sappia bene quello che mi sta succedendo (…) questa mattina è diventata vita.»
Il tumore è stato sconfitto. Il 7 luglio ha rincarato la dose, scrivendo: «Dones 1, cancro 0», dopo che la colonscopia di controllo ha confermato la guarigione.

Anche altri personaggi famosi hanno deciso di rendere pubblica la propria battaglia contro la malattia: Mara Maionchi è stata operata per un cancro al seno l’anno scorso ed ha raccontato tutto in varie interviste: la paura, il pensiero fisso e la fiducia nei medici, insieme all’immancabile elogio della prevenzione.

Credo che di fronte all’evenienza palpabile e concreta di morire in fretta, tutti gli uomini, ricchi o poveri, sentano lo stesso senso di smarrimento e insieme la stessa voglia di combattere e vendere cara la pelle. C’è chi lo fa nel nascondimento della propria famiglia, con discrezione e silenzio, e chi invece preferisce parlarne ai quattro venti, per trovare coraggio e forza dagli altri, dalla loro compartecipazione emotiva e dal loro sguardo carico di aspettative: sì, perché tante volte è difficile lottare solo per se stessi.

I tumori non sono tutti uguali, moltissimi hanno possibilità di essere curati con percentuali di successo assai elevate, ma certo ancora di cancro si muore e soprattutto nell’immaginario collettivo il tumore resta una bestia nera: ti colpisce senza preavviso, può attaccare ovunque, e le cure passano attraverso interventi dolorosi, a volte anche molto invasivi, che comportano asportazioni di pezzi di te, e poi c’è la chemioterapia, che ti riduce ad una larva pelata e smagrita. E’ difficile fare una cura che ti fa soffrire, per il tuo bene, è un concetto che richiede una continua lotta contro il proprio istinto di sopravvivenza, per il quale rifuggiamo il pungolo dell’ago, la lama del bisturi, il veleno nel bicchiere. Alcuni, proprio per non sottoporsi alla chemioterapia, ritenuta disumana, hanno preferito ricorrere a pratiche alternative assai meno efficaci (qualcuno pure a ciarlatani veri e propri) e hanno pagato con la vita, altri si sono spenti sotto i colpi congiunti e indistinguibili della malattia e della sua crudele cura. La ricerca scientifica è al lavoro di continuo sui tumori, proprio per cercare alternative alla chemioterapia e in molti casi, per fortuna, sono state trovate soluzioni assai meno invasive.

Tutti sono concordi nel dichiarare che l’arma vincente contro il tumore resta la diagnosi precoce, possibile solo grazie ad esami preventivi e ad una grande attenzione a se stessi, e la prevenzione.
Sorvolando sul fatto che la prevenzione medica costa e che il nostro ministro della salute ha tirato la coperta corta delle risorse della sanità pubblica riducendo la mutuabilità proprio di molti accertamenti diagnostici preventivi per patologie tumorali, è importante ricordare che prevenzione significa anche mettere in atto stili di vita e comportamenti che non ci facciano male. Cancerogeno, parola spaventosa che sentiamo spesso ripetere associata alle cose più disparate (vedi la paranoia per l’olio di palma che ha imperversato nel web qualche anno fa) ha un significato scientifico preciso: agenti cancerogeni sono quelle sostanze o preparati che per azione protratta nel nostro organismo possono determinare neoplasie, nei soggetti esposti, anche a distanza di anni dal momento della cessazione dell’esposizione stessa.
E parliamo anche di agenti mutageni, cioè delle sostanze o preparati che possono indurre mutazioni nelle cellule viventi (con il termine mutazione si intende che una cellula non ha più la stessa composizione genetica delle altre cellule dell’organismo).

La comunità europea classifica gli agenti cancerogeni in tre categorie:
Categoria 1: esistono prove sufficienti per stabilire un nesso causale tra l’esposizione dell’uomo ad una sostanza e lo sviluppo dei tumori;
Categoria 2: esistono elementi sufficienti per ritenere verosimile che l’esposizione dell’uomo ad una sostanza possa provocare lo sviluppo di tumori, in generale sulla base di: adeguati studi a lungo termine effettuati su animali; altre informazioni specifiche;
Categoria 3: sostanze da considerare con sospetto per i possibili effetti cancerogeni, sulle quali però non sono disponibili informazioni sufficienti per procedere ad una valutazione completa. Alcune prove sono state ottenute da opportuni studi su animali, non bastano però per classificare la sostanza nella categoria 2.

Nel mondo del lavoro, questi concetti sono chiari e diffusi: chi deve utilizzate sostanze cancerogene di tipo 1 o 2 deve essere iscritto in un registro degli esposti comunicato alle autorità competenti e il ciclo di lavoro deve prevedere la massima protezione per il soggetto coinvolto.
Eppure le stesse persone che sul luogo di lavoro leggono con assiduità l’etichetta dei prodotti chimici che devono utilizzare, poi, passata la porta si dimenticano tutto e mettono in atto comportamenti altamente lesivi della propria salute, con la benedizione dello Stato che non solo permette, bensì incentiva, e pure della società che incoraggia la trasgressione delle più elementari regole di tutela della propria salute.

Vorrei ricordare a tutti che il tabacco è un cancerogeno di tipo1, come i superalcoolici, e pure gli spinelli (20 volte più cancerogeni delle sigarette!), cioè esistono studi scientifici incontrovertibili che rintracciano un nesso di causalità (da non confondere con casualità) tra tali sostanze e l’insorgenza di tumori.

Poi esistono comportamenti che sono cancerogeni: i rapporti anali abituali, ad esempio, aumentano la probabilità di cancro al colon e quelli orali di cancro alla bocca e alla gola. Parlare al telefonino senza auricolare per più di un’ora al giorno determina maggiore incidenza del cancro al cervello. E invece il famigerato zucchero bianco, come pure l’olio di palma, per quanto sotto la lente della scienza da anni, non hanno ancora rivelato il loro presunto carattere cancerogeno, ma solo effetti collaterali metabolici dovuti ad assunzioni eccessive (ovviamente assumere troppi zuccheri o grassi non fa bene).

Dunque i proclami che inneggiano alla prevenzione sono benedetti, soprattutto perché la salute del singolo è un bene collettivo: un cittadino malato è, molto cinicamente, un costo per la collettività e inciampare in una malattia a causa di un comportamento dannoso che si sarebbe potuto evitare è da stupidi e incoscienti, come attraversare la strada senza guardare.

Mi piacerebbe che chi accoglie con approvazione gli inviti di tanti personaggi famosi e non alla prevenzione ne capisse anche il senso, lo Stato prima di tutto, questo Stato che lucra sulle sigarette e sui superalcoolici e adesso vuole pure liberalizzare le droghe “leggere” (e comunque cancerogene); questo Stato che mette sullo stesso piano il matrimonio di un uomo e di una donna con l’unione omosessuale che prevede pratiche sessuali dannose per la salute e permette che nelle scuole vengano distribuiti volantini delle associazioni LGBT dove vengono presentati allo stesso modo un rapporto anale e un rapporto eterosessuale.

Se è vero che sono aperte cause decennali per i malati di mesotelioma dovuta ad esposizione ad amianto di 40 anni fa e che lo Stato richiede agli imprenditori risarcimenti per tali esposizioni che andavano evitate, allo stesso modo pretenderei dallo Stato che tutelasse la salute dei cittadini seguendo le tre regole fondamentali della prevenzione: limitazione dell’esposizione il più possibile (e non, come sta succedendo, incentivazione dei comportamenti scorretti), informazione (vera e dettagliata), e controllo.

Ma forse è più comodo lasciare che la rete si infiammi in crociate contro l’innocente aspartame piuttosto che focalizzarsi sui rischi veri, reali e comprovati. Qualcuno guadagnerebbe di meno.

Pubblicato su La Croce il 08/07/16

Quasi-morte di Emily e sua sopravvivenza

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Una ragazza ventiquattrenne, perfettamente sana e circondata da famiglia e amici, dice di voler morire e chiama un medico a farle un’iniezione letale. Pianifica il funerale con le amiche, addirittura fa girare un docufilm dall’Economist e poi rimanda indietro il “medikiller” che bussa alla porta.
Questi gli scenari quotidiani dove esiste una legge sull’eutanasia

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Emily voleva morire, ma adesso non sa più quello che vuole veramente.

L’Economist ha girato un breve film, una ventina di minuti, dove racconta, per bocca di Emily, il suo dolore di depressa cronica grave e il suo percorso per ottenere l’accesso all’eutanasia, che in Belgio è concessa anche per disagio psichico.

Nel filmato parla la madre, parla qualche medico, si vedono un paio di amiche.

Mi ha colpito tanto la normalità di tutto quel che gira attorno ad Emily, la rassegnazione con cui gli occhi di chi le vuole bene si fanno lucidi, mentre accettano la sua decisione di morire. Sembra che tutti siano convinti che non si può fare altro.

Emily seduta su un prato, accanto a due giovani ragazze come lei, a parlare di come sarà il suo funerale. Una le chiede come vuole che appaia, che immagine vuole dare di sé, nel ricordo. Emily si stringe nelle spalle, non le importa, lei vuole solo andarsene.

Il medico che le spiega come avverrà la procedura parla con la voce bassa, un sorriso quieto, come di chi sta cercando di accarezzare un cucciolo spaurito trovato per strada. Le ripete che può cambiare idea anche all’ultimo minuto, che non si deve sentire in obbligo di andare fino in fondo se non è sicura. La madre interviene e sottolinea queste frasi, si attacca a questa speranza: nessuno penserà male di te se cambi idea, non lo devi fare per forza!

Emily sospira, si sente sollevata. Emily non ne può più di dover vivere, non sopporterebbe di dover anche morire. E’ costretta in un tunnel buio di psicosi continue, di tristezza angosciante, di dolore insensato. Emily non ne può più di tentativi di cure, di ricoveri, di cose da fare per provare a stare meglio. Emily è stesa a terra nel suo spirito, giace sull’erba verde e fresca di una natura che ride impunemente nonostante il suo dolore, è arresa.

Non sa cosa l’aspetta di là, Emily non ha fede. Però è convinta che starà bene, che troverà la pace. Non sa se in un oblìo, nel nulla o nel paradiso. Quella pace che sogna, però, da qualche parte deve essere e se non è qui, deve per forza essere di là. Perché non avrebbe senso desiderare così tanto una cosa se poi questa cosa neanche esiste. Chi te l’ha messa nel cuore quella nostalgia? Dove l’hai sentito quel profumo? Da dove viene la voglia di dolce, se non l’hai mai mangiato?

Emily pian piano si quieta, i giorni scorrono lenti, la certezza che la sua fine ha una data le dona una pace mai provata. E così arriva il giorno. Suonano alla porta, è il dottore che la farà morire. Emily sorride e dice no grazie, non oggi almeno. In fondo quelle due settimane sono state sorprendentemente piacevoli, non è il momento giusto per scendere dalla giostra. Non sa perché, da cosa le viene questa nuova ed insperata tranquillità, ma Emily se la gode tutta e rimanda l’appuntamento con la morte, almeno finché si sentirà bene. Forse la consapevolezza di poter davvero terminare ogni suo dolore in modo chiaro e pianificato, quando più le va, le dona anche la scoperta che non è proprio quello che vuole.

Ma poi Emily lo sa, lo ha sempre saputo, che non vuole morire: Emily vuole solo non soffrire più. Ed è quello che vogliamo tutti. Solo quando in noi è scomparsa ogni speranza, allora abbracciamo anche l’idea della morte come una liberazione. Questo vale sia per i malati fisici che per quelli psichici.

Quel che il filmato non dice è come l’hanno presa gli amici e i familiari: supponiamo tante manifestazioni di sollievo, ma io temo che ci sia dell’altro. Chi vuole morire, chi è tanto disperato da considerare la morte un’ipotesi percorribile volontariamente, seppur estrema, senza che ne abbia una piena consapevolezza sta ricattando chi gli è intorno, nel senso che sta lanciando un segnale di sos potentissimo, sta chiedendo aiuto, sta pretendendo un aiuto. E’ impossibile non rendersene conto.

Se una mia amica mi dicesse che se ne va a morire in Svizzera o in Belgio, potrei in coscienza fare solo due cose, l’una opposta all’altra: o cercare con tutte le mie forze di dissuaderla, fino ad essere persino prepotente, fino a darle tutto il mio tempo, tutto il mio amore, tutte le mie parole, oppure salutarla in fretta e sperare che si allontani in silenzio, perché non potrei continuare a vivere pensando di avere qualcosa a che fare con la sua morte, di essere in qualche modo causa e semplice testimone. Per chiarire, o ne sono in qualche misura colpevole, e allora dovrei dare la vita per fermarla, o non ho nessuna responsabilità e allora me ne lavo le mani il prima possibile, perché la vita deve andare avanti, la vita è difficile, richiede impegno e concentrazione sui suoi drammi, non si può restare bloccati in eterno nel corridoio della camera mortuaria ad attendere l’inizio del funerale. Dice il detto: chi muore giace e chi vive si dà pace. Ed è drammaticamente vero.

Cos’è dunque questo limbo di non vita e non morte in cui rimane Emily? Cos’è per lei e per le persone che le vogliono bene e che ogni giorno le parlano, pensando che con una parola sbagliata potrebbero infrangere il suo precario equilibrio e indurla al suicidio assistito già pronto dietro l’angolo?

La morte come ipotesi con cui convivere nella quotidianità non è compatibile con la parte sociale di noi, non è compatibile con il grado di stress che possiamo far sopportare agli altri per interagire con noi. Essere quella che vuole morire suscita un momentaneo pietismo, una fitta commozione e poi, a seguire subito dopo, un naturale fastidio. Forse che gli altri non possono più ridere? Forse che nessuno può più andare in vacanza, perché io sono con un piede nella fossa?

Chi si suicida, di solito lo fa in due modi: o in momento di rabbia (e spesso sono omicidi suicidi, con plateali dichiarazioni di guerra al mondo o a qualcuno in particolare a cui viene attribuita la colpa) oppure in silenzio, senza spiegazioni, al massimo due righe striminzite vergate all’ultimo minuto. I suicidi di questo secondo tipo chiedono sempre scusa e spesso dicono pure grazie per quello che hanno ricevuto, anche se non è bastato. C’è la coppia che ha perso tutto, compra regalini per i vicini, finge di partire per un viaggio all’estero, saluta tutti e poi si mura in casa a morire; c’è la donna che scompare e la ritrovano in fondo ad un fiume; c’è l’uomo che si spara un colpo in testa dopo aver lasciato istruzioni su come riscuotere la polizza assicurativa. Nessuno dichiara prima la sua intenzione, in modo serio e pianificato. Al massimo sbotta un rabbioso “se continua così, mi suicido” o un desolato “se morissi!”. Dietro un suicidio sofferto esiste sempre il senso di colpa, la consapevolezza implicita di stare commettendo un errore, una debolezza, una resa vigliacca.

Invece avviare la pratica per l’eutanasia, presentarsi con una data precisa, un metodo scelto, una decisione già presa, e accogliere questa notizia con pietà e compassione è un nuovo modo di sostenere la normalità della disperazione. E’ la nobilitazione della resa.
Leopardi già ce lo diceva, che lui non era affatto depresso, era solo realista e la vita faceva obiettivamente schifo (riassunto molto colorito del pensiero di un gigante della letteratura italiana, i puristi non me ne vogliano). Leopardi non si è suicidato però.

Qual è il dolore massimo, fisico o psichico, che una persona può sopportare? Non dipende dal dolore in sé, ma dalla speranza di chi lo porta. C’è gente che in guerra ha fatto chilometri con una pallottola in una gamba per andare a chiedere aiuto e salvare i commilitoni e c’è gente che non sopporta nemmeno un’iniezione. Negli USA una donna depressa all’inverosimile, talmente abbattuta da non riuscire a sopportare nemmeno il peso della borsa sul braccio, sollevò da sola la macchina sotto cui era rimasto bloccato il figlio a seguito di un incidente. Questo è l’uomo. Questa è la donna.

La vita non è una questione di benessere psico-fisico, ma di speranza e coraggio. Chi non spera, muore. Sì, ci dicono che l’amore è tutto. Ma non è vero. Se nessuno ti ama, ma hai la speranza di essere amato, vivi lo stesso. Se sei in un campo di concentramento e speri che ti salvino, vivi lo stesso. Se sei prigioniera di Boko Haram e speri che ti liberino, vivi lo stesso. Vivi nell’inverno russo con le scarpe di cartone, stringendo sul petto la foto della mamma o della moglie; vivi in una buca nel terreno, in un interminabile sequestro, parlando con un ragno; vivi in un polmone d’acciaio, in orizzontale, dentro quattro pareti, aspettando un donatore. L’uomo vive dove c’è speranza, speranza in qualcuno che venga a salvarci dal nostro dolore o in Qualcuno che dia un senso al nostro dolore (e allora in questo caso la speranza si chiama fede).

L’eutanasia che speranza dà? Ha senso terminare il dolore terminando anche la vita? Nella resa incondizionata di chi si abbandona alla morte assistita, dov’è la speranza? Quanto sopravviverà Emily nel suo limbo pre-morte, se non troverà un motivo per cui lottare, mentre la gente intorno si ritrae a poco a poco?

Una bizzarra ricerca presso la University of the South a Sewanee in Tennessee ha messo a confronto lo stato d’animo di tre gruppi di persone: un gruppo era invitato a fare buone azioni verso il pianeta o verso gli altri; un gruppo a fare gesti di affetto per se stessi, come regalarsi una giornata di relax, e un gruppo non faceva niente. Dopo sei settimane i risultati sono stati inequivocabili: solo chi si era speso altruisticamente era più felice, stava semplicemente meglio.

Emily non ha bisogno di pietà, ha bisogno di qualcuno che la prenda per mano e la faccia lavorare per il prossimo. Già don Oreste Benzi, per recuperare alla vita i disperati ex tossicodipendenti , li metteva al servizio dei disabili, li faceva lavorare per loro, spingere carrozzine, imboccare tetraplegici. E quelli rinascevano. Nel dono per qualcun altro, nell’altruismo, ritrovavano la speranza, il senso di sé, dell’essere utili per qualcuno.

In questo mondo di atomi isolati, pian piano stiamo morendo tutti. Qualcuno salvi Emily, per favore: andate a chiederle aiuto, e così l’aiuterete per davvero.

Pubblicato su La Croce il 22/06/16

Lia Mills e il suo discorso anti aborto

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A febbraio 2009 la dodicenne Lia Mills, di Toronto è diventata una star nella sua scuola e su Youtube con i suoi cinque minuti di discorso a favore della vita, realizzato per un concorso scolastico. Nonostante lo scoraggiamento e l’aperta opposizione degli insegnanti, la presentazione di Lia è stata così ben fatta che ha vinto il concorso dal quale era stata in un primo momento esclusa, a causa proprio dell’argomento “controverso” che aveva scelto.
Il discorso è disponibile nella sua interezza su Youtube, dove è stato visto oltre 2.700.000 volte e ha scatenato una accesa discussione.

Sorgente: Lia Mills e il suo discorso anti aborto

Ciao ciao piccola Katty

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Torrebelvicino è un comune di poco meno di 6000 anime, vicino a Schio, in Veneto. Nella sua piazza c’è un’epigrafe, che riporta la foto riccioluta e corvina di una ragazza, e un nome: Katty.

Si tratta di Ketty Marzari, una ragazza giovane e bella, che a soli 21 anni, in un fatale pomeriggio del 1991, a seguito di un gravissimo incidente lungo la provinciale Schio-Malo, è entrata in coma ed è rimasta in uno stato di incoscienza per 25 anni, fino a che è morta. All’epoca l’incidente suscitò una grande mobilitazione, a causa della riconosciuta pericolosità dell’incrocio in cui avvenne il frontale e ci fu una raccolta firme (ben 2330 persone) per chiedere in comune un intervento sulla viabilità che risolvesse radicalmente le criticità, in modo da far sì che Katty fosse davvero l’ultima vittima.

Poco dopo quell’incidente maledetto, i Pooh tennero un concerto proprio a Schio. Verso la fine della serata, i quattro musicisti intonarono Piccola Katy, dedicandola “a un’amica che stava lottando per la vita”. L’arena si ammutolì in un silenzio surreale e commovente, poi al termine scoppiò l’applauso. All’uscita dal concerto, la gente si portò a casa la malinconia, al pensiero di quella giovane ragazza che lottava in un letto di ospedale.

Poi la trepidazione per le sorti incerte di Katty ha ceduto il passo al trascorrere lento e anonimo del tempo, e mentre le vite di tanti si dispiegavano nella costruzione del proprio destino, Katty restava lì, in quel letto. Sono passati 25 anni, il padre della ragazza è deceduto, la madre le è rimasta accanto per tutti questi anni, accudendola a casa, con amore e discrezione. Alle 10 di martedì 14 giugno la chiesa parrocchiale di San Vito di Leguzzano le darà l’ultimo saluto terreno e la signora Libera, la madre di Katty, tornerà libera.

La definizione diffusa di stato vegetativo è condizione clinica in cui il paziente è sveglio, ma non è cosciente. Un paziente in stato vegetativo ha perso le funzioni neurologiche cognitive e la consapevolezza dell’ambiente intorno a sé, ma mantiene quelle non-cognitive e il ciclo sonno-veglia; può avere movimenti spontanei e apre gli occhi se stimolato, ma non parla e non obbedisce ai comandi. I pazienti in stato vegetativo possono apparire in qualche modo normali: di tanto in tanto possono fare smorfie, ridere o piangere. Tutto questo senza però valenza emotiva e volitiva. Un semplice e puro automatismo riflesso.

Uno stato vegetativo è considerato permanente quando è trascorso un tempo sufficientemente lungo oltre il quale non sono notate attività di ripresa della coscienza (tipicamente 12 mesi).

Uno studio del ministero della salute del 2009 sullo stato vegetativo e di minima coscienza in realtà riporta una definizione differente:

“In seguito alla considerazione dei nuovi dati scientifici in loro possesso, gli esperti di questo gruppo si sono pronunciati perché lo stato vegetativo sia diagnosticato senza connotarlo con gli aggettivi di “persistente” o “permanente”, ma indicando piuttosto la causa che lo ha determinato e la sua durata in settimane o mesi. Questo anche perché queste definizioni si sono nel tempo rivelate imprecise, oltre che essere fraintese e usate a sproposito anche dalla stampa.

Inoltre in questo documento si chiarisce che non può essere esclusa la presenza di elementi di coscienza nei pazienti in stato vegetativo, ma che il livello e la qualità di tali elementi di coscienza variano verosimilmente da paziente a paziente, anche in dipendenza dal contesto ambientale. Dagli studi sembrerebbe che non possa essere escluso in assoluto un miglioramento delle funzioni cognitive, anche a distanza di molti anni dall’evento acuto, a seguito di processi rigenerativi e di riorganizzazione plastica (rewiring) delle strutture cerebrali.

E’ possibile anche affermare che alcune persone in questo stato hanno dimostrato di sentire dolore. Cosa che non può essere ignorata quando si tratta di decidere del loro trattamento e che implica un approccio differente anche dal punto di vista sociosanitario.”

In Italia ci sono circa 1500 persone in stato vegetativo, di cui il 40% sono accuditi a casa da familiari. E’ un dramma che dura anni, che coinvolge non solo il paziente, ma tutta la sua famiglia, che si vede stravolta la vita, restando appesa ad una speranza di recupero che a volte il tempo tradisce crudelmente.

Abbiamo una terribile paura di una simile situazione, ci sorprendiamo ad augurarci che chi si trova in stato vegetativo muoia presto, immaginando non tanto lo stato di limbo incosciente in cui si trova il malato, quanto piuttosto la prigionia irrisolvibile dei familiari che restano bloccati al loro capezzale.

Ho conosciuto personalmente una moglie che ha vissuto questo dramma: il marito è scivolato in uno stato vegetativo dopo un incidente di fulminazione sul lavoro e vi è rimasto per 8 anni, fino al suo decesso. Ero presente al funerale, l’ho sentita dire con le mie orecchie che lei ringraziava per ogni giorno vissuto così, anche così, accanto a quell’uomo che amava e che era presente a lei, in un modo diverso dal consueto, ma pur sempre presente. Disse anche che suo marito era un uomo che nella vita si era sempre speso per gli altri con una generosità a volte pure avventata, senza filtri e che il suo Dio gli aveva domandato davvero una prova d’amore lancinante: restare fermo ad accettare le cure degli altri senza poter ricambiare.

Le lacrime ci sono scivolate sulla faccia a fiumi, senza ritegno. E mi sono sorpresa di quanto fosse presente nel cuore di tutti quell’uomo assente da ben 8 anni, quasi già morto, non in grado di interagire più con nessuno. Ci sono funerali di persone incontrate al bar fino al giorno prima che non generano una tale commozione né un così vivo ricordo. Quando davvero si può dire che una persona vive?

Martedì ci sarà il funerale di Katty, già ora i giornali locali riportano la notizia, sicuramente la chiesa sarà gremita, come per l’ultimo saluto di una star famosa. Cosa attirerà i concittadini di San Vito? Cosa andranno a vedere? Il jet-set? Le lacrime della madre e dei fratelli? Le foto di una ragazza di 25 anni fa? Io credo che andranno a vedere lei, la madre, quella donna che è stata testimone del calvario lento di questa giovane ragazza, del suo consumarsi come una candela silenziosa, nella routine monotona degli ultimi 25 anni. Andranno a guardare sul viso di Libera quella forza che noi pensiamo di non avere, quell’amore che temiamo di non saper donare, quella perseveranza che preghiamo non ci venga mai chiesta.

Andranno a cercare il segreto della vita e la bellezza lancinante del cuore umano che sa donarsi in questo modo, fino all’ultimo minuto di sé, per un’altra creatura, senza nessun contraccambio, senza nessuna soddisfazione che non sia la pietà di una madre verso la figlia. Abbiamo fame di un amore così, vorremmo essere capaci di donarlo e degni di riceverlo. Che spettacolo di madre!

Pubblicato su La Croce il 14/06/16

Abigail è bruttissima, se la tiene sua madre

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La sindrome di Treacher-Collins è una malattia congenita dello sviluppo craniofacciale con un’incidenza annuale stimata di 1/50.000 nati vivi, caratterizzata da deformazioni delle ossa della mandibola, della testa e del collo.
I bambini che ne sono affetti presentano dismorfismi facciali caratteristici, con deformità delle ossa zigomatiche e delle orbite oculari (80% dei casi) o della mandibola (78%). Hanno di solito la bocca grande e i denti storti, probabili restringimenti delle vie respiratorie alte che provocano difficoltà respiratorie, orecchie esterne assenti o molto deformate, condotti uditivi e catena degli ossicini con anomalie che procurano ipoacusia o sordità.

Non sempre le anomalie facciali sono rilevabili durante le ecografie in gravidanza e quindi capita che i genitori vengano sorpresi dalla nascita di bambini straordinariamente brutti. Questi bambini dovranno essere accompagnati durante tutta la loro crescita da frequenti interventi per normalizzare le funzionalità compromesse, ma ovviamente una vita normale è possibile, soprattutto nei casi meno gravi, anche perché le capacità cognitive sono nella norma.

Però saranno persone brutte, bruttissime. Esistono dei video su internet su questa sindrome, che cominciano avvertendo che seguiranno immagini molto forti, tanto che uno si aspetterebbe chissà quali interventi a cuore aperto o mostruosità varie, e invece poi scorrono solo le immagini di sorridenti persone dal viso estremamente originale, molto cubista. I video si concludono anche con l’invito a non lamentarci per i soliti nonnulla, perché, come abbiamo appena potuto vedere, ci sono persone che stanno molto peggio.

Naturalmente in questa nostra società dell’immagine, dove spopolano i tutorial del trucco perfetto, essere brutti è una colpa gravissima, imperdonabile, ma c’è anche un aspetto non superficiale della questione: il viso è la nostra porta di comunicazione, è il nostro mezzo espressivo e una deformazione che altera la nostra espressione in modo non facilmente codificabile dall’interlocutore suscita inevitabilmente sgomento e sospetto. Avere un viso fuori dai canoni significa dover fare uno sforzo maggiore per essere compresi, e una battaglia quotidiana per vincere la diffidenza.

L’unica persona che capisce sempre anche chi ha un volto tutto suo, è la mamma: le madri dei bambini autistici, dei bambini cerebrolesi o di quelli affetti dalla sindrome di Treacher-Collins li capiscono comunque. E istintivamente li amano.

E’ successo così anche alla piccola Abigail Lynn, nata in Georgia, che avrebbe dovuto essere data in adozione, perché la madre non aveva le possibilità economiche per sostenerla, ma è nata con questa sindrome e la giovane coppia adottante è fuggita davanti al suo visino deforme, abbandonandola in ospedale. Così la sua mamma, contrariamente a quanto aveva deciso di fare, vista sfumare la possibilità di una vita migliore per sua figlia con qualche altra famiglia benestante, non ci ha pensato su due volte e ha deciso di tenerla con sé. E ora ammette che non le sarebbe potuta accadere una cosa più bella: «Quando ero incinta, avevo deciso di dare Abigail in adozione perché non avevo le risorse economiche per prendermi cura di un’altra figlia. La mamma adottiva l’ha lasciata in ospedale a piangere quando ha scoperto che aveva una deformazione. È in quel momento che mi sono accorta che era destinata a me», ha raccontato Christina Fisher all’Abc.

Naturalmente la donna versa ancora in situazioni economiche difficili, tanto che ha lanciato in rete una raccolta fondi, ma ora questi suoi oggettivi problemi non sembrano più così insormontabili, ora che ha Abigail tra le braccia.

Spesso le donne sono terrorizzate dai problemi ipotetici, prima ancora di averli davanti, e si lasciano condizionare da cattivi consiglieri: è così che il 90% delle diagnosi prenatali di sindrome di down portano ad un aborto. La paura di una vita difficile per la propria creatura, o il timore di non essere in grado di sostenere le difficoltà che la malattia porterà con sé, spinge le donne a mollare, a non provarci nemmeno, a fuggire. Eppure non esiste neanche una madre che, col suo bambino in braccio, possa dire “visto che è difettoso, voglio ucciderlo”. Questa cosa non succede. Anzi, come in questo caso, succede spesso il contrario: proprio perché è malato, più fragile e bisognoso di essere difeso e protetto, per questo lo amo ancora di più.

E’ successo di madri surrogate che si sono tenuti bambini nati malformati, rifiutati dai compratori; è successo ad Abigail, che avrebbe trovato una casa da ricchi se fosse stata carina e coccolosa come nei piani. Invece è nata brutta e ha suscitato per questo il disprezzo della finta madre e la compassione della vera madre.

A tale proposito, risulta ancora terribilmente attuale il racconto di Salomone, nel primo libro dei Re, il quale è chiamato a decidere chi sia la vera madre di un bambino conteso da due donne e allora ordina che il bambino sia tagliato a metà, per darne una metà a ciascuna. E la vera madre è disposta a rinunciare al figlio, per salvargli la vita. La vera madre dà la vita, non la toglie. E non conosce l’egoismo.

Per vagliare tanti presunti desideri di maternità, che giustificano pratiche tecniche invasive e distruttive e vere e proprie compravendite di bambini, basterebbe porre la semplice domanda: lo terresti anche se fosse malato? Ma non in via teorica, sulla carta, perché è ovvio che nessuno desidera un figlio malato, bensì proprio nella pratica, nella concretezza di un abbraccio: ce l’hai davanti, è lì, che ti guarda. E tu lo abbandoni perché non è secondo le tue aspettative?

Conosco madri affaticate dalla vita, le quali a tratti maledicono il loro accidentato percorso, anche se maledicono la propria debolezza e mai la propria creatura. Queste madri spesso appoggiano la propria stanchezza – dovuta soprattutto alla solitudine della loro battaglia, alle difficoltà burocratiche di una sanità che invece di aiutare ostacola o al compatimento sterile e odioso di chi sta intorno – proprio nella inevitabilità della loro scelta di vita: non hanno comprato quel figlio malato, non l’hanno ordinato in laboratorio, non l’hanno cercato dietro mille siringhe di ormoni, ma è nato da sé, nella naturalità ovvia dell’amore. Non potevano fare niente di diverso da quello che hanno fatto, perché sono madri. E quella creatura sussiste al di là delle difficoltà e delle manchevolezze dei genitori, esiste con tutta la sua intatta dignità di essere umano, con una forza e una perentorietà che non ammette obiezioni. Alla domanda “come hai potuto tenerlo?” esse rispondono “come avrei potuto non tenerlo?” e davvero una risposta non sanno darla, la domanda non è retorica! Una madre non abbandona e non uccide suo figlio, una madre che riesce a tenerlo tra le braccia o a vederlo nella concretezza di un’ecografia nel suo essere figlio, non può fare altro che prendersene cura.

E tante volte la forza che una donna non crede di avere, le arriva in dote insieme alla sua creatura.

Pubblicato su La Croce il 08/06/16

Gli scenari della vita dopo la legge Cirinnà

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scuola

Ieri sul corriere della sera è apparso un articolo dal titolo “Noi famiglie gay: la nostra vita dopo la Cirinnà”, il cui incipit è davvero tutto un programma. Lo riporto per chiarezza:
“Nicola ed Emanuele, con il piccolo Tommaso. Angela e Margherita che stanno cercando di avere un figlio. Fausto ed Elvin, che si sono scoperti papà a più di cinquant’anni. Tre famiglie italiane come tante. Tre famiglie omogenitoriali. Tre delle 7.513 unioni omosessuali autodichiarate, lo 0,5 percento del totale delle coppie italiane. Di queste 529 hanno uno o più figli”.

Dunque, tanto per cominciare, visto che le famiglie italiane sono 13 milioni e rotti, la percentuale di quelle omosessuali non è dello 0.5%, bensì è lo 0.05%, dieci volte meno di quanto dichiarato nel giornale. Ma si sa che i giornalisti con la calcolatrice non sono proprio bravissimi, soprattutto quando fa comodo sbagliarsi.

Inoltre i 529 minori che vivono in famiglie omogenitoriali sono per la maggioranza nati da precedenti unioni eterosessuali, per cui i genitori in senso classico, la madre e il padre, ce li hanno già.

Terza cosa, questi esempi di coppie non sono famiglie come tante, e la descrizione che il corriere stesso ne fa in dettaglio successivamente lo mette bene in luce.

Nicola ed Emanuele sono due ragazzi colti, uno ha fatto pure il dottorato in Canada, stanno insieme da dieci anni e tre anni fa sono andati a comprarsi un bambino proprio in Canada. Il corriere scrive “adottato”, ma un figlio nato con la surrogata non è semplicemente adottato: è progettato per essere reso orfano di madre fin dalla nascita e poi sottratto alla madre biologica mediante lo scambio di denaro, per cui è a tutti gli effetti un acquisto. Il fatto che, come sottolinea l’articolo, si resti “molto uniti” non toglie nulla alla natura del gesto compiuto, come l’amicizia che può legarmi al salumiere non inficia lo scambio di proprietà dei ditali di salsiccia tra lui e me quando passo alla cassa a pagare.

L’assurdità più amara è veder definite le loro nozze canadesi come un “matrimonio riparatore”, sottintendendo così un parallelo tra la maternità prematrimoniale di una donna e la registrazione della loro unione davanti allo stato dopo aver pianificato e portato a termine l’acquisto di un bambino.

I genitori dei due uomini hanno all’inizio manifestato dei dubbi (e ci credo!) ma alla vista del bambino discendere dall’aereo si sono subito mostrati accondiscendenti e felici ed ora li aiutano nell’accudimento della povera creatura. E’ ovvio che non avrebbero potuto fare diversamente: questo bambino, il piccolo Tommaso, esiste, è un essere umano in carne ed ossa, ed ha diritto a tutto l’amore possibile, come ogni altro bambino. Non è che la benevolenza verso i frutti di questi sconsiderati amori hanno colpe, essi sono le vittime e meritano una riflessione approfondita su come integrarli nel nostro tessuto sociale ed educativo, tenendo conto del fatto che sono stati concepiti orfani e che sono deprivati strutturalmente di una delle due figure genitoriali fondamentali, per volontà deliberata del genitore presente.

Questa problematica emerge più chiaramente quando Nicola ed Emanuele raccontano delle difficoltà incontrate all’asilo, con alcune famiglie neocatecumenali, che chiedevano ai maestri di non raccontare a Tommaso che egli aveva due papà e nessuna mamma o di ritirare dai libri storie come “piccolo uovo” che per l’appunto insiste su diversi tipi di famiglie. Le maestre si sono difese con un’espressione emblematica: “ai bambini diciamo la verità”, intendendo per verità il fatto che Tommaso avesse due papà.

E’ vero che Tommaso è accudito da due figure genitoriali maschili e il fatto che all’anagrafe uno solo dei due risulti padre biologico non cambia la realtà quotidiana di questo bambino, il quale non distingue certo tra i due, li chiama entrambi papà. Il dramma qui è se mai un altro: non ha nessuno da chiamare mamma. Però forse al momento ha trovato un suo equilibrio anche in questa assenza, perché in fondo si sa che i bambini sono bravissimi a sopravvivere in tutte le situazioni, anche le più dolorose e complicate. Probabilmente nella routine giornaliera scolastica e casalinga l’espressione “due papà” per lui è in effetti la sola realtà che conosce e andare ad insinuare il dubbio che non sia vero, che una madre oltreoceano esiste e non è una semplice prestatrice di utero, e che gli altri bambini ce l’hanno e mai al mondo vorrebbero farne a meno, è più crudele che non lasciarlo protetto nella bugia rassicurante di piccolo uovo.

Come si può spiegare ad un bambino dell’asilo la bellezza epica della mitica figura materna, che riempie le storie di tutti, perché tutti hanno una mamma tranne lui, e contemporaneamente non puntare il dito verso coloro che gli hanno negato questo conforto? Come potrebbe elaborare il lutto per l’assenza di una figura mai conosciuta vivendo la quotidianità con coloro che, in nome del loro personale desiderio di amare un bambino, ne hanno decretato il destino? Davvero vogliamo dire a questi bambini progettati in laboratorio che la loro vita è tutta fondata sull’egoismo e che chi dice di amarli è solo un compratore di affetto a loro discapito?

Io non ho risposte, ma certo mi immagino le domande impertinenti e sincere degli altri bambini: “perché non hai una mamma?” o “dov’è la tua mamma?”. Non sarà la lettura di una favola a scuola che può cambiare il dramma di una vita lacerata che vive la contraddizione di non veder più coincidere la verità con la realtà percepita e dove le figure di chi ci ama e ci protegge si sovrappongono con quelle di chi ci ha causato il nostro maggior dolore, la disgregazione della nostra identità personale.

Angela e Margherita sono due donne in cerca di un figlio con fivet in Spagna, già al secondo tentativo di inseminazione artificiale. Esse, come Nicola ed Emanuele, vivono la stessa follia verbale, esclamando “saremo mamme!”, in relazione alla gravidanza che una delle due porterà avanti.

Fausto ed Elvin, invece, parlano di una relazione familiare completamente diversa: essi sono una coppia già consolidata e matura, quando accolgono in casa un ragazzo 22enne tedesco che, non si sa perché, era a girovagare sul lungomare adriatico. La loro adozione affettiva è una relazione instaurata tra persone comunque adulte, con un’identità già chiaramente formata. Un ragazzo 22enne non è un bambino, è un uomo. Il patto di mutua assistenza, la relazione affettiva che si crea tra persone che condividono la propria quotidianità è un’amicizia, anche intergenerazionale, che sicuramente ha i tratti della genitorialità, ma che è soprattutto e specificatamente umana. Questi due uomini benestanti e maturi si sono presi a cuore le sorti di un ragazzo solo e lo hanno aiutato e amato come farebbe un padre ed ora lui li ricambia come un figlio. Questo è un bellissimo esempio di come l’affetto sappia superare i confini delle nazioni, delle età e dei pregiudizi per trovare il suo pieno compimento nel dono gratuito e senza etichette né costrizioni o vincoli. Ma, ripeto, non stiamo parlando di bambini.

Quello che ogni persona adulta è, l’identità stessa che gli attori di queste storie hanno, si è formata negli anni dell’infanzia grazie all’apporto della duplice figura materna e paterna, nel continuo balletto di imitazione del simile per la conquista del dissimile, cullandosi nella cura materna e rinfrancandosi nella forza paterna. Pur comprendendo il desiderio di dono che ogni persona ha, anche ovviamente gli omosessuali, non si può fare dello sperimentalismo educativo sulla pelle dei bambini, pretendendo di forzare l’intera realtà circostante per adeguarla alle storture progettate e pianificate nella vita di questi bambini. E’ più che mai necessario stoppare velocemente questa deriva antropologica, ma è anche necessario cominciare a porsi interrogativi seri per l’integrazione dei figli delle famiglie omogenitoriali, perché la risposta non può naturalmente passare attraverso la negazione dell’importanza della figura assente ma non può nemmeno essere sbattuta in faccia come uno schiaffo in pieno viso a povere creature innocenti. Resta chiaro però che il problema dell’integrazione è dovuto al ricorso alla surrogata, prima permessa agli etero e poi, a seguire, concessa agli omosessuali, e non è certo la legalizzazione di queste pratiche che lo risolverà. Sarebbe come dire che per evitare i postumi della sbornia basta restare ubriachi. Il dibattito è aperto e sanguinante.

Pubblicato su La Croce il 20/05/16

Storia di un amore impossibile

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Scusate la digressione, ma oggi sono in vena di inventare storie. Questa è una storia d’amore e dolore, inventata, ma, come ogni storia, potrebbe essere vera, per qualcuno.

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Giovanna guardò l’orologio del pc, in basso a destra e sobbalzò sulla sedia: era già in ritardo e doveva portare il figlio alla festa di compleanno dell’amichetto, non si ricordava chi, e nemmeno dove a dire il vero. L’unica cosa che contava era non dimenticare il regalo.
Giovanna afferrò il pacchetto colorato e infiocchettato sulla scrivania mentre gridava a gran voce “è ora di andareeeee”, si fiondò in cucina e la buona sorte volle che sulla bacheca svolazzasse ancora, infilzato per un angolino vacillante, l’invito con l’indicazione indispensabile del luogo. Infilò il telefono in borsa, lanciò al vento un “noi andiamo!” per la figlia spiaggiata sul divano con il libro sulla faccia e, spingendo lievemente il figliolo saltellante attraverso la porta, se ne uscì di casa senza molto entusiasmo.

Le feste di compleanno non erano la sua passione, né mai lo erano state: restare lì, come un palo, a chiacchierare di cose insulse con mamme per lo più sconosciute era uno sport che preferiva evitare, ove possibile. Anche per quella giornata il progetto era di accompagnare, mollare lì, salutare e poi ripresentarsi dopo un paio di ore.

Inoltre aveva la testa piena di pensieri e il cuore gonfio di amarezza, non era dell’umore nemmeno per spettegolare. L’uomo di cui era innamorata aveva troncato ogni rapporto giusto un mese prima e la ferita non pareva volersi rimarginare. Ostinatamente, quel sentimento dannato restava lì a sanguinare, nonostante non fosse utile a nessuno, nonostante non fosse nemmeno un buon sentimento. Quell’uomo non era suo marito. Aveva deciso, in un momento di lucidità, rara, di troncare la relazione, ma poi non ne aveva avuto il coraggio. Ma evidentemente quella stessa lucidità aveva colpito lui, il quale, con tempismo perfetto, aveva reciso quel legame morboso proprio nel momento in cui lei pensava che sarebbe stata una buona idea mollare, se solo ne avesse avuto la forza. E così aveva preso l’evento come un segno divino, come la cosa giusta piombata dal cielo sulla sua insipienza.

Però i giorni passavano e il dolore non calava. Era una fiamma divorante, una disperazione cieca e sorda, come il brontolio di un tuono dentro la testa, un ribollire sommesso e continuo.

Uscì in cortile e un lampo illuminò il cielo nero come la pece, mentre l’aria stranamente calda veniva scossa da un vento impetuoso.
Ebbe un brivido, si strinse nelle spalle e si diresse a passo svelto alla macchina. “Metti la cintura”, disse al figlio. Accese e partì.

Gli alberi scuotevano le chiome verdi di primavera e sulla strada cadevano piccoli rami e foglie. Girò a destra, in mezzo alla campagna. Guidò silenziosa, mentre il tergicristallo cigolava sul vetro a spargere le quattro gocce che cadevano dal cielo, piuttosto che a toglierle.

Quel cielo gonfio che strizzava giusto qualche lacrima e tanto vento le sembrava il suo cuore scosso: un gran rumore, per produrre poi niente. Pensò che la vita faceva davvero schifo, che non si può dire che l’amore è una cosa meravigliosa e poi permettere che esistano sentimenti così laceranti. Sì, non era suo marito, ma se lo avesse conosciuto solo 10 anni prima lo sarebbe diventato senz’altro. Lei lo sapeva, non era una questione di ormoni o un’uscita di senno da crisi di mezza età. Era amore, quell’amore con la a maiuscola, che ti fa guardare il telefono alle 6 mentre sei ancora accucciata sotto le coperte per vedere fino a che ore è stato online la sera prima e preoccuparti se avrà dormito abbastanza, se sarà riposato per il nuovo giorno; quell’amore che ti fa vivere ogni accidente che ti capita pensando a come glielo avresti raccontato; quell’amore che cambia i pensieri e i sogni e non ti lascia più uguale a prima.

Ma la vita è cattiva e ti fa capire cos’è l’amore quando è tardi, quando ormai il tuo destino è deciso e compiuto e non ci puoi più fare niente, a meno di provocare cataclismi e drammi intorno a te che non ti puoi permettere. Perché ci sono cose che Giovanna non avrebbe potuto fare, anche se avesse avuto una pistola puntata alla tempia: uccidere qualcuno, abbandonare i suoi figli, dire a suo marito che lo lasciava.

Sì perché l’amore ha tante facce, più di quelle che ci raccontano nelle soap: lei un minuto era insofferente e arrabbiata con la mitezza indolente del marito, il minuto dopo si accoccolava quieta nella sua tranquillità e si adagiava respirando piano tra le sue braccia, come un gatto che si acciambella sulle ginocchia del padrone.
Lei lo sapeva che non poteva fare niente di diverso da quello che aveva fatto: amare non era una colpa, era solo un sentimento fiorito da solo, per caso. Era diventato pericoloso e lo aveva estirpato. Non aveva colpa.

Allora perché soffriva così?

Parcheggiò la macchina a fianco del cancello, scese dall’auto con la borsa in una mano, le chiavi nell’altra. Suonò il campanello, salutò cordiale alla porta che si apriva, spinse il figlio oltre la soglia e sorridendo richiuse.

Girandosi verso la strada, si lasciò spettinare violentemente da una raffica di vento e inumidire i capelli dalla pioggerellina fine. Una lacrima le rigò la guancia. Pensò che voleva morire, tutto qui. Non c’era più nessuna azione che potesse compiere, una via d’uscita da quel dolore misto a senso di colpa che non le lasciava scampo. Non poteva confidarsi con nessuno.

Salì in macchina, osservò i tigli ai lati della strada, alti e robusti e si immaginò mentre terminava la sua dolorosa e insulsa esistenza contro il suo tronco ruvido e duro, duro come gli invalicabili limiti della vita.

Accese l’auto e si infilò sulla strada accelerando.

Le lacrime cominciarono a scendere copiose sul viso, mentre parlava a voce alta con Dio, invisibile malvagia presenza: perché mi hai fatto questo? Che me ne faccio di un sentimento così? Che male ho fatto per meritarmi questo dolore? Io non lo voglio l’amore, l’amore che hai creato tu, che hai seminato nei cuori degli uomini per dilaniarli e sbranarli di dolore, mettendo dovunque confini invalicabili e mete irraggiungibili. Non potevo più sopportare lo strazio di leggere un suo messaggio, ogni suo saluto era uno strappo al cuore, ogni ciao era un addio, un allontanamento da quella felicità infinita ed eterna che il mio cuore brama. Ma ora che non c’è più, io non ho un senso, niente ha più un senso. Riprenditi questa vita maledetta, portati via questo cuore e tutti i doveri che hai riversato sulle mie spalle, tutti i sentimenti con cui hai farcito la mia vita.

Il vento era fortissimo. All’improvviso un tuono scosse l’aria, mentre i lampi tagliavano l’orizzonte. Un albero davanti a lei si piegò, un ramo cadde giù con uno schianto fortissimo, a tagliarle la strada di botto. Inchiodò tendendo braccia e gambe per tenersi, la macchina roteò su se stessa scivolando sulla strada bagnata. Due secondi, che durarono un film: Giovanna pensò che stava per morire, pensò che non avrebbe più rivisto i suoi figli, né suo marito, né il suo innamorato. Pensò che al funerale avrebbero detto che era una madre e moglie felice, mentre non era vero. Di tutta la sua vita non rimase neanche un ricordo, solo quell’amore impossibile, depurato da ogni odio e recriminazione, reso puro dalla certezza di non aver più un futuro su cui proiettarlo e deformarlo.

Si aggrappò a quel sentimento che all’improvviso non era più doloroso e invocò Dio: Signore, in nome di questo amore, salvami!

La macchina si fermò contro il ramo.

Giovanna chiuse gli occhi e disse “grazie”. Il cuore batteva a mille all’ora. No non voleva morire, neanche un po’. Voleva vivere invece, perché paradossalmente più forte dell’amore è la vita, che si autoprotegge e si rigenera anche nella paura e nella disperazione. La vita si mimetizza nella quotidianità, nella fame impertinente alla mattina, nella sete dispettosa, nella stanchezza che reclama il sonno, nella paura che invoca un salvatore. E anche nella mitezza rassicurante di un marito o nel bisogno egoista dei figli.

Estrasse il telefono dalla borsa, accese e fece scorrere il dito sulle chat, fino a quella di lui. Senza aprirla, lesse l’ultimo messaggio accanto alla foto: “Ciao Giò”.
Un sorriso si allargò spontaneo sul suo viso, come in un abbraccio invisibile. Cercò in rubrica il numero del marito e chiamò: – Ciao, un albero mi si è schiantato davanti alla macchina e gli sono andata contro. Mi vieni a prendere? Ah, e volevo dirti che ti amo.