Il gender sbarca da forum

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Giovedì 10/11/2016 su Rete4 è andata in onda una puntata di Forum che ha affrontato una tematica spinosa: la teoria del gender.
Si sono contrapposti Aurelia, come rappresentante dei genitori di una intera classe di bambini di 9 anni, e Angelo, dirigente scolastico della scuola. Aurelia ha domandato l’immediata sospensione delle lezioni della teoria del gender nella classe, lezioni avviate senza che i genitori venissero informati.
Secondo il racconto di Angela, ad agosto un genitore avrebbe avvisato mediante messaggio in chat che nell’anno scolastico in procinto di iniziare le classi quarte avrebbero assistito a lezioni sulla teoria gender, cioè quella teoria secondo la quale il dato biologico dell’essere geneticamente maschi o femmine è secondario rispetto al dato psicologico, e quindi ciascuno può scegliere liberamente in quale genere impersonarsi.
Unanimemente i genitori si sono allarmati ed hanno preteso ed ottenuto dal dirigente scolastico rassicurazioni in merito al fatto che nella scuola potesse trovare spazio una simile teoria.
E così l’anno scolastico è iniziato in tranquillità, ma un bel giorno i bambini sono tornati da scuola confusi, con domande nuove e inquietanti: il figlio di Angela le ha domandato se è vero che lui può scegliere se essere un maschio o una femmina.
Il panico è dilagato rapidamente tra i genitori, i quali hanno deciso di rivolgersi a Forum per pretendere l’immediata sospensione di simili lezioni.
Da parte sua il preside ha sostenuto che il gender non esiste e che le lezioni tenutesi a scuola sono semplicemente l’attuazione del decreto 107, Art 1 comma 16 (il famoso decreto buona scuola), il quale prescrive come obbligatoria all’interno del pof l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione alla violenza di genere e di tutte le discriminazioni.
In sostanza, non è stato insegnato che il dato biologico può essere ignorato mediante la scelta arbitraria del proprio sesso a piacimento, ma che i comportamenti stereotipati che la società abitualmente assegna a uomini e donne non sono rappresentativi di tale identità e ciascuno deve sentirsi libero di assumere atteggiamenti in totale autonomia da condizionamenti esterni (e rispettare quelli degli altri).
Il preside si è poi lanciato in una disquisizione abbastanza confusa in merito ai progressi che la scuola ha compiuto negli anni per quanto riguarda il rispetto di genere, ricordando come aberrazione lontana i tempi in cui le classi erano addirittura divise tra maschi e femmine (senza peraltro chiarire dove fosse la mancanza di rispetto in questo). Poi ha evocato in modo fumoso l’educazione sessuale, con un riferimento tra il pruriginoso e il ridicolo in merito all’educazione fisica, durante la quale sono riservati spogliatoi separati per sessi perché ci si cambia la maglia e non bisogna avvicinare il fuoco con la paglia (testuali parole sue), facendo intendere che anche questa prassi sia in qualche modo da superare.
In questo minestrone di rispetto e libertà da garantire ad ogni costo, si lascia sfuggire l’espressione “dobbiamo convincere i bambini”, in aperta contraddizione coi principi montessoriani difesi fino ad un attimo prima per cui l’educazione deve solo far uscire dagli allievi l’indole che già c’è.
Per aggiungere una nota di melodrammatico sentimentalismo, arriva in soccorso di Angelo anche un’altra mamma, Ylenia, la quale sostiene che suo figlio di soli 9 anni già manifesta in modo aperto e inequivocabile segni di disforia di genere, preferendo abbigliamenti femminili, bambole, monili rosa, ed esprimendo anche apertamente il suo desiderio di essere femmina. L’atteggiamento effemminato del bambino gli ha già procurato offese e discriminazioni da parte dei compagni e la madre pretende che la scuola si sostituisca ai genitori per promuovere nei bambini l’accettazione come normalità degli alunni come suo figlio.
In mezzo all’elogio dell’accoglienza del diverso, mescolata in modo abbastanza isterico con la negazione che si tratti di diversità, quanto piuttosto di normalità, anche Ylenia si lascia sfuggire un commento stereotipato della peggior specie, rivolto al marito, che definisce sprezzantemente un uomo e come tale maschilista, perché non è d’accordo con lei in questa strategia dell’accettazione passiva delle tendenze del figlio.
Quindi riassumiamo per punti accusa e difesa. L’accusa sostiene che:

  1. bambini sono tornati a casa da scuola confusi, shockati, presentando ai propri genitori domande mai sentite prima in merito alla fantomatica possibilità di scegliere il proprio sesso (con buona pace di quel che si voleva insegnare, i bambini questo hanno capito come riassunto del discorso sugli stereotipi e compagnia bella)
  2. I genitori non sono stati minimamente coinvolti nella programmazione delle lezioni di educazione al rispetto di genere, né per quanto riguarda i contenuti, né per le modalità

Invece la difesa afferma che:

  1. L’educazione al rispetto di genere è obbligatoria e quindi un dirigente la può inserire nel POF senza fornire il dettaglio dei programmi da svolgere ma solo per sommi capi gli obiettivi
  2. Il gender non esiste, ma esistono gli studi di genere secondo i quali le persone si comportano e interpretano i comportamenti altrui in base solo a stereotipi educativi e associano certi atteggiamenti al sesso maschile e altri al sesso femminile per condizionamento e non per sentimento
  3. Per educare al rispetto di genere è necessario inculcare l’idea che ogni atteggiamento è lecito e non significativo di mascolinità o femminilità ed ognuno deve sentirsi libero di esprimersi come vuole.
  4. Per rispettare la sensibilità ferita di una minoranza disforica, è lecito turbare e confondere un’intera classe e la scuola rivendica il suo ruolo educativo in maniera prioritaria rispetto alla famiglia

Capiamo bene che questi sono gli argomenti cardine del dibattito sul gender che sta infiammando gli animi di tanti. Una voce definitiva che sancisca chi ha ragione è invocata da più parti e nella trasmissione è impersonata dal giudice Maria Giovanna Ruo, la quale, dopo aver ricordato gli innumerevoli riferimenti legislativi nazionali e internazionali che invitano all’educazione al rispetto e contro ogni discriminazione, afferma anche che:

“In questo contesto di bambini di 8/9 anni, è compreso nel diritto all’istruzione e all’educazione che gli stessi ricevano indicazioni atte a sviluppare il rispetto nei confronti di chi appare diverso e a prevenire ogni forma di violenza e di marginalizzazione, anche di genere, ma anche razzista, culturale o religiosa, ma su temi e con modalità che assicurino la funzionalità dell’insegnamento alle loro tappe evolutive e non rechino invece loro pregiudizio. In questo modo si finisce per fallire l’obiettivo dell’educazione alla responsabilità sociale e al rispetto di chi appare diverso e si ingenera piuttosto confusione sulla propria identità in mancanza di punti di riferimento basilari in ragione della fascia di età evolutiva di appartenenza.
L’inserimento della teoria del gender alle elementari non inquadrata in un più ampio contesto formativo alla tolleranza e al rispetto della multiformità dell’essere umano, in una fascia di età in cui le cognizioni circa la sessualità sono ancora nebulose, da parte di un insegnante dotata certamente di buona volontà ma non formata a tale disciplina, sta recando un pregiudizio evidente ai bambini, come denunciano i genitori: appaiono angosciati e disorientati rispetto alle indicazioni che ricevono, non riuscendo a collocarle nel proprio orizzonte di cognizioni ed esperienziale.
Si sta tra l’altro rompendo in questo modo la necessaria alleanza educativa tra scuola e famiglia. Per questi motivi accoglie la richiesta di Aurelia di sospensione delle lezioni di gender, invitando il dirigente scolastico e i genitori ad individuare il miglior percorso formativo che assicuri ai bambini un approccio di rispetto e tolleranza rispetto alle diversità e alla dignità di ciascuna persona.”

A ciò si aggiunga che lo studio ha votato con decisione a favore di Aurelia, nonostante pure il collegamento con il terzo convegno europeo sulla transessualità a Bologna, con tanto di interviste a transessuali felici (insieme all’affermazione di un intervistato che la disforia di genere è ancora nell’elenco delle malattie mentali, ma ci si sta lavorando).
Ci rallegriamo della sentenza di forum, ma solo parzialmente: il problema della teoria del gender (o di tutta la baracca sugli studi degli stereotipi di genere) non è solo che non è adatta all’età evolutiva di bambini delle elementari, ma che è del tutto inadeguata a raggiungere lo scopo di educare al rispetto dell’altro (simile o diverso che sia). Non è annullando le identità che si induce al rispetto, quanto piuttosto rafforzandole e definendole con chiarezza ed equilibrio, nella conoscenza e nell’uso sapiente ed utile dei riferimenti educativi basilari che sono padre e madre, pilastri della propria personalità.
Non c’è un’età giusta per insegnare il gender, non esiste un momento dello sviluppo emotivo in cui una teoria falsa può diventare vera. Gli odiati e ostracizzati stereotipi sono solo l’esteriorizzazione delle differenze di genere, che ci sono e vanno comprese, rispettate, spiegate nella loro profondità e verità biologica, fisica, e psicologica.
Davvero auspichiamo che possa nascere un’alleanza costruttiva tra scuola e famiglia, attraverso cui insegnare il rispetto a partire dalla consapevolezza della dignità umana, quella roba che la Chiesa insegna da 2000 anni e che adesso sembra appannaggio di qualche psicologo laicista progressista. Non esiste nessun motivo valido per discriminare, offendere, emarginare qualcuno, ma non perché siamo tutti indistinti o perché ogni atteggiamento è vuoto stereotipo e va bene tutto, ma perché siamo esseri umani, figli di Dio. Mi sembra un motivo assai più valido.

Madonna, che brutta caduta di stile!

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La campagna elettorale americana procede a spron battuto a suon di slogan sempre più agghiaccianti. Ora si è aggiunta anche Madonna che, aprendo lo spettacolo della comica Amy Schumer al Madison Square Garden di New York, ha promesso sesso orale a chiunque avesse votato Clinton. Questa uscita volgare fa il paio con le battute sessiste di Trump. Sembra la competizione per eleggere il testimonial di una rivista porno, più che la campagna per le presidenziali.

Ma che succede a questo mondo?

La proposta provocatoria di Madonna è di una gravità assoluta, non basta ridacchiarci su e confezionarci facili vignette per esorcizzare il male che rappresenta. Non so se ci rendiamo conto davvero di quel che significa. Una star famosissima, con grande seguito di fans non solo per la sua musica ma anche e soprattutto per il suo stile, afferma pubblicamente da un palco che il sesso orale è una pratica di cui vantarsi, una prestazione cedibile come un massaggio alla schiena, a chiunque ne faccia richiesta, e per la quale si possono e debbono presentare credenziali di capacità, tipo il diploma di fisioterapista; è pure una cosa piacevole, da non negare a chi pretende e se non ti va sei una sfigata. Ma è davvero così?

No, non è così. Ed è ora di dirlo. Uomini, vi svelo un segreto: alle donne i pompini non piacciono. Non ve ne eravate mai accorti? Allora ve lo spiego meglio: il sesso orale è una pratica degradante per la dignità della donna, umiliante, oggettivamente non piacevole, direi pure disgustosa. E questo lo sappiamo talmente tanto bene che il famoso “ingoio” viene sottolineato con enfasi, perché è davvero difficile, perché fa semplicemente vomitare.

Poi sapete, c’è gente che ingoia calamari vivi, quindi si può mandar giù di tutto per sfida, per scommessa, per vincere se stessi. Ma non si può annoverare tra le attività che provocano piacere. E soprattutto non ha nessuna attinenza con il piacere sessuale unitivo, fatto di condivisione, di godimento reciproco, di parità di ruoli e amore vicendevole.

Dirò anche un’altra cosa, forse ancora più sorprendente: alle donne non piace nemmeno subirlo, il sesso orale. E qui ci sono statistiche a sostegno che affermano pure che gli uomini su questo fronte si trovano perfettamente concordi: nemmeno a loro piace praticarlo. La vagina non è così allettante: è un organo fatto per restare tutto sommato nascosto, non ha nessuna bellezza estetica da mostrare, non è piacevole da esplorare con la faccia. Inoltre alle donne piace avercelo davanti, il viso dell’uomo.

Da uno studio americano dal titolo “Was it good for you too?” condotto su un gruppo di universitari è emerso che il 63% degli uomini ha dichiarato di aver ricevuto sesso orale, senza farlo in cambio, rispetto al 43% delle donne. Spesso, inoltre, la ricerca ha evidenziato che le donne non sempre si sentono adeguate e “pronte” a ricevere sesso orale e il motivo più frequente è nel timore di non essere abbastanza “pulite”. Evidentemente quel “pulito” non ha solo un significato igienico, perché per quello basta farsi il bidet.

Perdere il controllo dei sensi perché qualcuno sta armeggiando in modo incontrollato con una parte di te non è propriamente una cosa positiva, come non lo è subire il solletico sotto le ascelle, anche se reagisci ridendo. Assomiglia di più a qualcuno che ti fa prendere una sbronza: mandi giù bicchieri per essere euforica e alleggerirti, ma quella felicità posticcia paga il prezzo della perdita di consapevolezza e, tutto sommato, anche di libertà, mentre hai di fronte qualcuno che non sta provando la stessa cosa ma sta manipolandoti, non sta condividendo un momento ma ti sta conducendo.

Ho navigato un po’ in rete e sull’argomento si trova davvero materiale in abbondanza, soprattutto tante esortazioni a far cadere le inibizioni e a buttarsi, con dettagliati consigli su come vincere l’ansia (mai nessuno che si chieda come mai una donna che si appresta a fare sesso con l’uomo che ama debba essere assalita dall’ansia all’idea di dover fare una certa pratica sessuale), l’imbarazzo (idem come sopra), pure la difficile scelta tra pensare o godere . Poi nei forum si trovano donne che ammettono di amare molto l’idea di procurare piacere al proprio uomo, gratis, come forma di dono, perché le donne in fondo sono tutte un po’ oblative, ma questo piacere non è sessuale, è mentale, è desiderio di fare felice l’altro. Basta che ci intendiamo coi termini. Più spesso però dietro il sesso orale che una donna concede al suo uomo c’è un senso del dovere, una necessità ritenuta non evitabile di allinearsi ad un pensiero corrente, c’è la paura di sembrare frigide, rigide, bigotte. E questo è testimoniato dall’imbarazzo, dal disagio delle prime volte. Sicuramente promettere pompini a sconosciuti è una cosa fuori da ogni logica umana, è degradante per la donna, è volgare e svilente. Non fa nemmeno ridere come battuta.

Lo so che il sesso orale è di moda, so pure che lo fanno in tanti (anche se meno di quelli che lo dicono, comunque), so che molti si piegano a questa logica abbastanza umiliante come forma di dono all’altro, per regalare un piacere fisico unilaterale. Dentro una relazione a due si agitano mille dinamiche, in continuo movimento. Però la verità è che quando una donna sente di dover fare al proprio uomo un pompino per fargli piacere, così come gli cuoce una torta nel forno o gli massaggia i piedi, in realtà sta sminuendo il sesso, lo sta declassando ad una qualunque delle tante attività che si possono fare in una famiglia gli uni per gli altri, come rifare i letti, piegare le camice, tagliare il prato, cambiare una lampadina. Il sesso è qualcosa di più e di diverso, molto diverso. Il talamo è il luogo dove si realizza la perfetta parità dei sessi nel rispetto delle differenze, un capolavoro di equilibrio cosmico. E no, il sesso non è una piacevole ginnastica, non è un massaggio reciproco, non è nemmeno puro divertimento. E’ manifestazione di un affetto, di un sentimento e sì, anche di una volontà di stare insieme, accettando tutte le conseguenze di questo accompagnarsi nella vita, compresa la procreazione. Il sesso è un’assunzione di responsabilità, è un patto a due, è il suggello di un contratto che coinvolge mente, cuore e corpo.

La natura ha previsto l’incastro in modo estremamente intelligente: due corpi abbracciati alla stessa altezza, con gli occhi piantati gli uni negli altri, con le labbra che possono sussurrare parole alle orecchie, parole che esprimono la coerenza tra quel che si pensa e quel che si fa.

Il sesso deve essere una cosa bella, bella dentro, nel cuore e nella mente, dal primo fino all’ultimo momento. Quando abbiamo bisogno di vademecum su come fare a vincere imbarazzo, ansia, paura, incertezza, significa che stiamo facendo una cosa che non ci va di fare ed è il caso di lasciar perdere. Basterebbe questa banale regola di ascolto di se stessi per evitarsi tanti guai e mantenere intatta la propria piena dignità. Mi piacerebbe chiedere a Madonna, così, en passant, quanti pompini ha dovuto fare per abituarsi ad ingoiare. Chissà che bello eh, davvero una cosa che fa piacere. Non a lei, però.

Pubblicato su LaCroce il 21/10/16

Il colore blu

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Quando la vita mi va un po’ così, succede che mi escano delle storie. Perché nelle storie c’è sempre una morale. Magari piccola piccola. Ma la vita si impara a piccoli passi.

Anna era di umore nero quella mattina. Anzi no, nero non è il colore giusto: lei si sentiva di colore blu. Aveva visto su internet un articolo scientifico sulle emissioni di onde del corpo umano a seconda delle emozioni provate: la felicità e l’amore davano immagini tutte rosse, dalla testa ai piedi; la rabbia arrossava solo la testa; la depressione lasciava il corpo blu, con diverse sfumature dal blu scuro all’azzurrognolo, ma sempre in tonalità fredda e glaciale. Ecco, Anna si sentiva di umore blu, senza il palpitare nemmeno di un punto di calore e colore.

Suo marito se n’era andato, senza spiegazioni, a parte la solita sfuriata. Aveva preso su un sacco a pelo, un pigiama e due pantaloni, pur di andarsene in fretta e senza discutere più. Se n’era andato dicendole “tanto lo so che è quello che vuoi” e poi puff, non si era più visto né sentito.

Anna si domandava cosa significasse quella frase: era falsa, semplicemente falsa. Lei non voleva che lui andasse via, non l’aveva mai voluto, in nessun angolo della sua mente. Certo avrebbe voluto che fosse diverso, tante volte, ma che andasse via mai, era una bugia che lei non aveva mai pronunciato, era sicurissima. Perché lui lo aveva detto?

Forse era solo una scusa, una tra le tante, come potrebbe essere “è meglio per noi”, “ho bisogno di un momento per me per riflettere”, “non voglio più ferirti”. Ciascuno trova la sua strategia per tagliare la corda imputando all’altro un po’ delle proprie colpe oppure buttandola sul vittimismo. Anna non lo sapeva, aveva anche rinunciato a capire. Si era convinta che fosse impossibile capire, che le persone fossero tutte astrusi castelli incantati dove si spostano le scale mentre le stai percorrendo e spariscono le porte che ricordi di aver visto e all’improvviso ti ritrovi buttato fuori passando attraverso un trabocchetto aperto nel pavimento. Anna aveva deciso che non le importava più, né di lui né di nessun altro sulla faccia della terra. Non avrebbe fatto entrare mai più nessuno nel suo castello e mai più si sarebbe intrufolata in quello di un altro. Se ne stava per conto proprio.

E così, di umore blu, Anna quella mattina andò a fare la spesa. Infilò la moneta nella fessura e sfilò il carrello, cercando di non fare troppo rumore, che i rumori le davano fastidio, come anche la musica, le parole, i suoni, i colori, la luce… Anna vedeva di colore blu ogni cosa intorno a sé, niente più palpitava. A parte la speranza, quella cosa tenace che non si scolla dal cuore neanche se te lo strappi dal petto, per cui passando davanti allo scaffale delle birre, ne infilava una nel carrello, anche se lei non beveva birra, ma lui sì: se fosse tornato e non la trovava, magari si arrabbiava di nuovo.

Veloce e silenziosa, Anna serpeggiava per il supermercato mettendo dentro cose, e ogni cosa era un ricordo, che veloce ricacciava indietro. Era diventata brava in questo esercizio: il pompiere delle emozioni. Non dava la possibilità al dolore di risalire a cuocerle il cervello, non ascoltava nemmeno la rabbia iconoclasta che le avrebbe fatto distruggere mezzo armadio, mezzo letto, mezza credenza, perché era consapevole del fatto che era tutto inutile, che solo l’oblio e la dimenticanza avrebbero potuto ricucire le ferite e per dimenticare l’importante è fare. Anche questo l’aveva letto su internet: per dimenticare qualcuno, è necessario buttarsi nel pratico. E così Anna aveva lavato le tende, il divano, i tappeti, aveva imbiancato la lavanderia, piantato chiodi nel muro e spostato quadri. Ma non è che fosse servito a molto. Era sempre blu.

Il fatto è che Anna non voleva dimenticare qualcuno soltanto, voleva uscire dall’umanità, voleva trasformarsi in un albero, in un cespuglio di rovi, in una pozzanghera di fango. Tutto meno che una persona. Le persone erano brutte, cattive, pericolose, inaffidabili. Il problema non era lui che non c’era più: anche se fosse tornato, non sarebbe cambiato granché, poteva sempre andarsene di nuovo; se aveva fallito una volta, chi le avrebbe impedito di fallire ancora? Le persone non sono prevedibili, lei non le capiva, ne aveva solo paura. Non si sentiva più una persona.

Arrivò alla cassa: già altri tre attendevano in fila davanti. Anna non aveva nessuna fretta, non le importava fare tardi. Dietro rapidamente sopraggiunsero altre persone, qualcuno sbuffava per la lunga attesa, invocando l’apertura di un’altra cassa. Anna guardava i carrelli di quelli dietro: li avrebbe fatti passare tutti, per non sentirsi addosso la pressione di dover imbustare in fretta e furia, ma avevano carrelli stracolmi, non si sarebbe giustificato il suo retrocedere, non poteva dire, come faceva di solito “passi avanti pure, che tanto ha quattro cose”.

Così restò al suo posto, cominciando a tirar fuori le buste e appenderle al carrello, in modo da far presto a metter via la roba.

Dietro a lei una coppia attendeva muta. Lui aveva lo sguardo perso nell’indifferenza più totale, lei controllava il dispenser accanto alla cassa per vedere se ci fosse qualcosa che le serviva. Anna pensò che forse poteva chiedere se l’aiutavano a caricare sul nastro, mentre lei imbustava, così avrebbe fatto prima e loro avrebbero atteso di meno. Ma subito scacciò questa ipotesi: le persone sono cattive, perché mai avrebbero dovuto darle una mano? Doveva fare presto e bene da sola, questo il mondo si aspettava da lei.

Arrivato il suo turno, cominciò a caricare rapida, poi spostò il carrello in fondo al nastro, e passò ad imbustare. La cassiera terminò il conto che lei era a metà del lavoro. Sospirò, tirò fuori il bancomat, pagò, e si rimise a infilare pacchetti e sacchetti dentro la busta di plastica. Accanto a lei arrivò la donna, con la busta in mano, e raccoglieva al volo le cose che la cassiera passava sul lettore. Il marito si mise dietro le due donne, appoggiato al carrello con aria compiaciuta, a guardare la scena: due donne a capo chino, una accanto all’altra, a incastrare la propria spesa con millimetrica precisione e rapidità fulminea, ciascuna nella propria mezza cassa, separate solo dal divisore in plastica.

Anna terminò, si girò con l’ultima busta in mano e incontrò lo sguardo dell’uomo. Lui sorrise disteso e disse “proprio un bel lavoro!”. Anna inaspettatamente arrossì. Non sulle guance, ma dentro, sul cuore, come un teporino lieve. E un sorriso le sfuggì sul volto. Uscì dal supermercato e dietro al suo carrello ordinatissimo si sentiva stupidamente orgogliosa perché uno sconosciuto aveva notato il suo buon lavoro, uno stupido carrello con una stupida spesa. Ma era orgogliosa lo stesso, come se qualcuno le avesse detto che pareva miss universo. Le sembrava una cosa eccezionale, esagerata, che un uomo, uno sconosciuto, avesse potuto notare il suo sforzo di ordine e rapidità e glielo avesse pure detto. Questa cosa la lasciava di stucco, era una crepa irrimediabile nella sua visione di umanità indifferente e malvagia. Ma soprattutto la lasciava di stucco lo scoprire che ne aveva così bisogno.

Caricò la spesa rapida, salì in macchina e uscì dal parcheggio, verso casa, mentre il suo blu si schiariva in tonalità di giallo e poi fiammeggiava di rosso e il calore le scaldava le dita delle mani appoggiate al volante, che di solito erano così fredde da lasciarle le unghie viola. Anna guidava e si accoccolava in quel complimento insulso e fulmineo come un gatto sulla poltrona davanti al fuoco, e scuoteva la testa sconsolata, constatando che fuori dall’umanità non ci poteva andare e che anche se alcuni sono malvagi e inaffidabili, anzi, anche se lo sono tutti, non esisteva una via che potesse percorrere da sola.

Arrivata a casa, scaricò la spesa, prese la birra, la aprì e se la bevve tutta in un sorso. Poi riattaccò il telefono, che era staccato da mesi e abbassò il termostato del riscaldamento. Aveva meno freddo adesso, la sua spettrometria non era più tutta blu.

Liberté, egalité, sexualité

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I francesi continuano spediti sulla via della liberté, egalité e sexualité per declinare la laicità e integrare i moltissimi immigrati che affollano il suolo d’oltralpe. Come ha sostenuto anche il corriere della sera con la sua triennale dedicata alla sessualità delle donne, i cosiddetti valori che abbiamo da opporre all’avanzata musulmana in Europa, che si manifesta sia come colonizzazione ideologica che, ahimè, in violenza e attentati, si riassumono tutti nello slogan “sesso per tutti”. Sembra proprio che gli illuminati (nel senso di illuministi) governanti europei abbiano deciso che ciò che identifica con pregnanza e chiarezza il popolo europeo sia il suo atteggiamento libertino verso il sesso. Non già le radici cristiane, men che meno la nobilissima carta dei diritti dell’uomo, partorita dopo il dramma della seconda guerra mondiale in un sussulto di nobiltà d’animo dell’umanità ferita.

No, ciò che ci caratterizza di fronte al gruppo coeso e autoghettizzato dei musulmani che affollano le nostre città è la libertà di (s)vestirci come ci pare, di indossare gli shorts e la canotta in autobus o il topless in spiaggia, di fare video porno e postarli sui social ridacchiando, di cambiare partner ogni tre per due, di abortire gratuitamente e velocemente grazie al servizio sanitario nazionale ogni volta che un preservativo fa cilecca, di commissionare figli in provetta, magari scegliendo anche qualche caratteristica fisica di rilievo, di sbaciucchiarci in pubblico, anche uomo uomo, donna donna (anzi, per loro l’applauso è d’obbligo), di pretendere il rispetto a prescindere dal fatto che uno se lo sia meritato, sostenendo che ogni atteggiamento è lecito, a priori.

Questo, in soldoni, il riassunto dei “nostri valori” così come li intendono i capi di stato quando, all’indomani di qualche attentato, si accalcano a sostenere che ci opporremo alle derive estremiste coi nostri valori.

Nel solco di questa consapevolezza, i francesi ne hanno escogitata un’altra: ecco apparire sui banchi di scuola un nuovo misterioso attrezzo, per esplicare meglio la materia durante l’ora di educazione sessuale: la stampa 3D in plastica di un clitoride a grandezza naturale.

E’ la prima volta, ci informano i promotori dell’iniziativa con entusiasmo, che l’organo più (s)conosciuto del corpo delle donne viene ricreato in maniera anatomicamente corretta e questa era proprio una necessità, secondo la ricercatrice in scienze biomediche Odile Fillod, autrice dell’oggetto. Ora finalmente gli studenti di elementari e superiori potranno finalmente capire cosa sia e a cosa serva, durante le ore di educazione sessuale. Soprattutto, dico io, i bambini delle elementari. Fino a questo momento sui libri mancava una riproduzione accurata del famoso organo, tanto che l’Alto Consiglio sull’Uguaglianza francese a giugno aveva sentenziato che l’educazione sessuale delle scuole francesi era sessista e inaccurata.

Secondo Carla Lonzi, teorica del femminismo e autrice de «La donna clitoridea e la donna vaginale», il clitoride sarebbe addirittura «L’organo in base al quale “la natura” autorizza e sollecita un tipo di sessualità non procreativa», quindi ha un’importanza fondamentale nel processo di emancipazione femminile e la Fillod si augura che la sua opera aiuti le donne a capire che «il piacere non è una magia che solo i partner riescono a scatenare». Insomma, una specie di istigazione alla masturbazione.

Io vorrei solo timidamente ricordare che la masturbazione non è una pratica sanissima, che può sconfinare nella compulsione e generare una dannosa dipendenza.

L’epifisi è una ghiandola deputata al rilascio di due ormoni: la serotonina nelle ore di luce e la melatonina nelle ore notturne. Tra le altre attività, grazie soprattutto a questi ormoni, l’epifisi rende vigili e attenti, aumenta il grado di concentrazione, stimola l’apprendimento e la memoria, stimola la fisiologia del corpo e ne coordina il livello energetico, regola l’equilibrio emozionale e stimola il buon umore, regola e gestisce importanti funzionali ormonali. Il problema è che le attività stressogene che conduciamo, uno stile di vita sregolato e un’alimentazione industriale portano alla calcificazione di questa ghiandola. Anche la masturbazione, se compulsiva, si presenta come un’attività che tende ad atrofizzare l’epifisi e a rallentarne l’emissione di melatonina, ormone assolutamente essenziale per molteplici funzioni psico-fisiche. Tra queste rientrano il rallentamento dell’ invecchiamento precoce, il contrasto alla stanchezza cronica, alla perdita della concentrazione ecc. Questi processi sono gli stessi che sono presenti nella persona che fa un uso compulsivo della masturbazione.

Il famoso detto che la masturbazione rende ciechi ha un suo fondamento: si tratta infatti di una cecità non tanto a livello visivo, quanto a livello interiore. Non è un mistero che il porno dipendente si presenta solitamente come una persona poco empatica, con uno sviluppo interiore e un livello di integrazione delle sue parti indebolito. Pensare quindi che un semplice atto come la masturbazione, se protratta nel tempo e connotata compulsivamente, possa avere effetti nocivi solo a livello fisico è completamente errato. La masturbazione, comunque la si veda, ha degli effetti difficilmente misurabili anche su dei piani che non sono “visibili” all’occhio esteriore, ma che non sfuggono a chi pratica l’osservazione di sé e dei suoi spazi interiori.

Quindi auspicare che anche le donne, generalmente più immuni degli uomini a questa pratica, si lascino trascinare nella pericolosa dipendenza mi pare un atteggiamento piuttosto irresponsabile, tanto più se il messaggio è divulgato dentro le scuole.

Per quanto riguarda il clitoride in sé, se l’umanità è sopravvissuta finora senza avere il modellino 3D, forse tutta questa necessità non c’era: io, ad esempio, ho passato la quarantina e in tutta sincerità devo dire che l’ho vissuta assai bene da questo punto di vista, nonostante la mia riconosciuta ignoranza in merito alla forma specifica dell’organo in oggetto. Per vivere una normale, sana ed edificante sessualità di coppia, nel reciproco amore e rispetto, non serve nessun modellino anatomico, la natura ha già predisposto con sufficiente cura istinti e incastri.

Certo che, se invece stiamo parlando di professionisti del sesso, di quelli da video porno su you tube, che devono ottenere il massimo risultato nel minor tempo, con partner occasionale e senza coinvolgimento emotivo possibilmente, allora servono tutti i meccanicismi a disposizione, con la più alta precisione e accuratezza, soprattutto in campo femminile, perché si sa che la donna malauguratamente si eccita più con un’atmosfera che con una palpata approssimativa ed è meno impegnativo specializzarsi nei tecnicismi che parlare d’amore.

Se sapessero, gli uomini, che una donna non resiste al fascino senza tempo di un uomo elegante e ben educato che le apre la portiera!

Ho come l’impressione che sarebbe stato più utile il modellino di un cervello, piuttosto che quello del clitoride, per evidenziare quanti neuroni femminili si attivano quando un uomo le fa un complimento galante, quanta endorfina si libera nel corpo per una mano sfiorata con grazia.

Ma davvero, come complicare una cosa semplice.

Pubblicato su La Croce il 20/09/16

Vietato finire sotto un ponte

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A Treviso l’8 agosto un giovane ha scavalcato il parapetto in pietra del ponte di porta Carlo Alberto ed è sparito. Era mattina, le 10. La gente che transitava da lì lo ha visto, tra i passanti acuti osservatori c’era pure il consigliere comunale di Fratelli d’Italia Davide Acampora, il quale stava andando in centro a godersi una bella colazione estiva.

Il consigliere ha visto giusto la testa del giovane sparire dietro il parapetto, non dopo aver notato che in mano teneva un sacchetto della spesa. Allora incuriosito si è affacciato alla pietra per guardare di sotto, verso il fiume, ma non ha trovato traccia dell’uomo. Non soddisfatto di ciò, ha chiamato la polizia. È giunta una volante e due agenti si sono calati giù con una scala, scoprendo finalmente il terribile arcano: il giovane era tranquillamente seduto sotto il ponte, sulla scarpata del fiume, a mangiucchiare la sua spesa, accanto ad un grande zaino da trekking, un sacco a pelo e, udite udite, delle confezioni di biscotti e altri viveri. QUINDI gli agenti hanno dedotto che il ragazzo (sloveno) fosse accampato lì da alcuni giorni e PRONTAMENTE lo hanno fatto sloggiare.

Lo sloveno se n’è andato senza fare alcuna storia, tranquillo e giramondo come quando era arrivato.

Acampora soddisfatto ha affermato che è necessario intensificare i controlli sul territorio comunale e non abbassare la guardia, perché se questa persona, anziché essere un povero disperato (ma era poi disperato?) in cerca di un riparo fosse stato un malintenzionato, l’epilogo sarebbe stato diverso.

Ecco, io ci ho pensato un po’ su e questo diverso epilogo non mi è venuto in mente: poteva minare il ponte come i tedeschi nella seconda guerra mondiale? Poteva tendere agguati ai passanti saltando su dal parapetto all’improvviso? Poteva passare la notte a Treviso senza pagare la tassa di soggiorno?

No, perché se uno vuole stendere un sacco a pelo e farsi un sonno, esiste un triangolo di terra dove ciò sia permesso? Ogni zolla d’erba sembra avere un proprietario, che sia un contadino, un comune, un parco nazionale di non so che. Se non hai niente altro che il tuo zaino e la gioventù nelle gambe, in Italia non puoi nemmeno transitare, soprattutto nel nord. Le città si rifanno il trucco buttando fuori dalle mura barboni e giramondo, se va bene le forze dell’ordine indirizzano verso la solita Caritas (con buona pace dei laicisti che vogliono togliere l’8‰), se va male i malcapitati si fanno una giornata in questura e poi via, per la strada.

Quando studiavo a Bologna, sotto i portici di piazza Malpighi abitava un barbone: aveva una motocicletta come porta oggetti, un bel po’ di coperte pulciose, un fornellino da campo e un sorriso sdentato. All’ora di pranzo si cucinava pasta e fagioli, come nei migliori film di Bud Spencer, e riempiva l’aria affamata fitta di studenti alle fermate degli autobus di irresistibili profumi, tanto che ti veniva voglia di chiederne una cucchiaiata.

Un giorno mi avvicinai e gli porsi una banconota da diecimila lire. Lui ringraziò con il solito larghissimo sorriso, poi guardò la banconota e si rabbuiò: “tienila, se ne hai bisogno tu”, mi disse. Forse gli pareva troppo grossa, o forse gli parevo troppo rinsecchita io, bisognosa più di lui di un bel pasto abbondante. Imbarazzatissima, feci no no con le mani, la testa e forse pure coi piedi e me la filai verso la stazione, pensando che quel barbone era semplicemente una brava persona che si meritava il mio vile denaro e forse anche un po’ di fortuna in più.

Certo gli accattoni non sono tutti uguali, ci sono pure i professionisti del settore, i quali mai al mondo rifiuterebbero una banconota e magari lanciano anche qualche improperio all’indirizzo di chi li ignora. Però questo sloveno giramondo, con zainone e sacco a pelo, discreto e nascosto sotto un ponte, non stava chiedendo niente a nessuno, approfittava solo del greto scosceso del fiume come letto e delle pietre del ponte come tetto.

Non so, l’ordine pubblico è una roba seria, e bla bla il terrorismo e bla bla la criminalità eccetera, però la terra del Comune è, appunto, in comune, cioè di tutti, anche del viandante. E mi soffermo a pensare a dove potrei dormire se crollasse la mia casa, in quale angolo di mondo ci sarebbe posto per raggomitolare le mie ossa e fare mattina. Non si può più nemmeno dire “son finito sotto un ponte”.

Complottisti e sognatori

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Sono in una chat di complottisti (non è il suo nome ufficiale, ma il senso è quello). E’ bellissimo leggere di tutte queste persone, molte estremamente colte e competenti su tanti argomenti, di politica, economia, finanza, scienza, che si arrovellano il cervello per capire quel che succede nel mondo, disarticolare processi e fenomeni, svelare altarini, sviscerare motivazioni occulte. Sono animate da un desiderio profondo di verità, nel senso proprio di oggettività della realtà, di elenco esaustivo ed esauriente di fatti accaduti, nelle loro relazioni di causa ed effetto, per comprendere dove stiamo andando e perché.

Si citano complotti internazionali di durata decennale, nomi e cognomi di illustri personaggi, manovratori di lobby e veri detentori del potere nel mondo, piani segreti e non, per la decimazione della popolazione, per la riduzione in schiavitù di tutti, per la distruzione della democrazia, per l’arricchimento di un’oligarchia, per fare il solito male a tanti a vantaggio di pochi.

Queste persone vogliono un mondo migliore e citano a tal proposito tanti uomini che, animati dal loro stesso desiderio, per un certo tratto di cammino ci hanno provato, a realizzarlo, questo mondo migliore.

Così leggiamo l’elogio di Casaleggio e dei suoi sogni di democrazia diretta, poi per qualcuno naufragati nel qualunquismo inconsapevole degli aderenti al movimento, per altri fagocitati dalla longa manus dei poteri forti. Oppure encomio a Giulietto Chiesa, subito seguito dal biasimo allo stesso Giulietto Chiesa che, per amore di azione, ha cercato di creare qualcosa (non ho capito bene cosa) e ha finito per litigare con qualcuno di troppo.

Insomma, abbiate pietà di me! Ammetto che non ci capisco niente di quel che dicono dentro questa chat di cervellotici, a parte una cosa: l’umanità funziona tutta allo stesso modo. Siamo un branco di san Tommaso (c’è pure quello che non crede che la terra sia rotonda, perché non l’ha visto coi propri occhi o quello che non crede alla teoria della relatività, né alla meccanica quantistica), e ci sentiamo possessori e custodi della verità, crediamo intimamente di poter capire, magari meglio di altri o solo in modo più idoneo a noi stessi, ma comunque crediamo di avere le risorse per comprendere il mondo e il suo linguaggio.

Ogni singolo individuo si sente un semidio: anche se non ha creato lui il mondo, comunque lo può comprendere e possedere nella propria mente.
E questa ricerca di connessione profonda con la verità sottesa ad ogni fenomeno umano o naturale ci tormenta, ci agita, ci rende irrequieti e in continua lotta col mondo. Aprire cassetti, di continuo, imparare nuove cose, scoprire angoli remoti, particolari celati. Al grido “viva la verità”, siamo pronti a morire. Poi però per ogni persona che mette avanti un piede e fa una proposta concreta, centomila si mettono di traverso a criticare, a contrapporre il proprio punto di vista.

Facciamo un partito che dice questo e questo. Però no, questo punto non lo condivido. E poi a cosa serve? Meglio un’azione economica. No, meglio un movimento di pressione. No, meglio una mega azione di boicottaggio finanziario. No, una petizione. Le petizioni non servono a niente. Allora un blog. E chi lo legge? Una nuova piattaforma informativa. Coi soldi di chi?

E alla fine, buonanotte, si è fatto tardi, continuiamo i sogni di gloria nel letto, ciascuno a casa propria.

La verità sarà anche una sola, ma ognuno la vede a modo proprio eh!

Spengo il cellulare, lo appoggio sul comodino e parlo al mio rosario rosso corallo sotto il cuscino, che non è cosa più folle che parlare con degli sconosciuti in una chat: caro Gesù, qui sembra una gran Babele. Anche se c’è tanta buona volontà, non si riesce a cavare un ragno da un buco, non si riesce nemmeno a partire a fare qualcosa! Tutti sono così concentrati sulla progettualità, sulla necessità di avere una visione globale delle cose, che non mettono mai avanti il piede. Costruirebbero una centrale termo nucleare globale per il teletrasporto su Marte, usando gli stuzzicadenti, se qualcuno desse loro un progetto di cui fidarsi. Ecco, ho detto due parole incredibilmente difficili: progetto e fiducia.

L’umanità è in grado di partorire un progetto unanimemente condiviso, un modello di società che risponda al bisogno di giustizia che anima ogni uomo? O gli egoismi prevarranno sempre, le lobby saranno sempre più forti della democrazia e i politici più onesti e motivati si faranno corrompere dal potere una volta sulla poltrona? Ha senso sognare un mondo globalmente migliore? Non lo so, non mi fido dell’umanità, non mi fido nemmeno di me stessa: sono capace di fare il male, lo so, il male degli altri e anche il mio, con incredibili vette di autolesionismo idiota. L’umanità è l’aggregazione scomposta di tanti beceri individui scalcagnati e cattivi, che siamo tutti noi. Sognare un mondo migliore è un po’ come sognare di costruire un favoloso mosaico con carriole di sassi sbeccati di tutti i colori, forme e materiali. In teoria si può fare, ma serve un progetto serio, una pianificazione del lavoro e la disponibilità di tutti i sassolini a farsi piallare della forma giusta, per inserirsi nel mosaico.

Nonostante l’evidente sconforto che a volte mi prende, di fronte alle cose che vanno a rotoli un po’ dappertutto, resto custode di una sottile speranza e di un mite e tenace desiderio di compimento, come i miei amici complottisti, del resto. Loro non parlano mai di Dio, e nominano la Chiesa solo per associarla a qualche malaffare di cui hanno sempre prove certe.

Boh, io sono nessuno: sarà che ho sonno, ma non ho voglia di angosciarmi troppo. Mi fido di Te e il progetto sto bene anche se non lo vedo.
Domani mattina, concedimi di saper rispondere ai bisogni di chi incontrerò, dammi ciò che mi viene chiesto di dare e fammi arrivare dove ti serve che vada. E buonanotte.

Prevenzione solo a parole

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A settembre 2015 Pau Dones, il cantante degli Jarabe De Palo, ha scoperto di avere un cancro al colon e per questo ha dovuto sospendere il tour previsto negli Stati Uniti. Da quel momento, ha deciso di vivere la sua malattia sui social, tenendo aggiornati costantemente i fans del suo stato di salute. Ha postato foto in camice ospedaliero prima della colonscopia, ha pubblicato un video tra le corsie dell’ospedale dove sottolinea l’importanza della prevenzione e ringrazia il lavoro dei medici, ha twittato i risultati degli accertamenti.
Ad aprile, su instagram è comparsa la sua foto con le braccia allargate sullo sfondo del mare ed un’espressione di grande sollievo sul volto rilassato: «Questa mattina sento che la vita mi ha fatto un regalo, il miglior regalo del mondo: un pezzetto in più di vita. E questo, quando sentivi la morte addosso, fa che questa mattina non sappia bene quello che mi sta succedendo (…) questa mattina è diventata vita.»
Il tumore è stato sconfitto. Il 7 luglio ha rincarato la dose, scrivendo: «Dones 1, cancro 0», dopo che la colonscopia di controllo ha confermato la guarigione.

Anche altri personaggi famosi hanno deciso di rendere pubblica la propria battaglia contro la malattia: Mara Maionchi è stata operata per un cancro al seno l’anno scorso ed ha raccontato tutto in varie interviste: la paura, il pensiero fisso e la fiducia nei medici, insieme all’immancabile elogio della prevenzione.

Credo che di fronte all’evenienza palpabile e concreta di morire in fretta, tutti gli uomini, ricchi o poveri, sentano lo stesso senso di smarrimento e insieme la stessa voglia di combattere e vendere cara la pelle. C’è chi lo fa nel nascondimento della propria famiglia, con discrezione e silenzio, e chi invece preferisce parlarne ai quattro venti, per trovare coraggio e forza dagli altri, dalla loro compartecipazione emotiva e dal loro sguardo carico di aspettative: sì, perché tante volte è difficile lottare solo per se stessi.

I tumori non sono tutti uguali, moltissimi hanno possibilità di essere curati con percentuali di successo assai elevate, ma certo ancora di cancro si muore e soprattutto nell’immaginario collettivo il tumore resta una bestia nera: ti colpisce senza preavviso, può attaccare ovunque, e le cure passano attraverso interventi dolorosi, a volte anche molto invasivi, che comportano asportazioni di pezzi di te, e poi c’è la chemioterapia, che ti riduce ad una larva pelata e smagrita. E’ difficile fare una cura che ti fa soffrire, per il tuo bene, è un concetto che richiede una continua lotta contro il proprio istinto di sopravvivenza, per il quale rifuggiamo il pungolo dell’ago, la lama del bisturi, il veleno nel bicchiere. Alcuni, proprio per non sottoporsi alla chemioterapia, ritenuta disumana, hanno preferito ricorrere a pratiche alternative assai meno efficaci (qualcuno pure a ciarlatani veri e propri) e hanno pagato con la vita, altri si sono spenti sotto i colpi congiunti e indistinguibili della malattia e della sua crudele cura. La ricerca scientifica è al lavoro di continuo sui tumori, proprio per cercare alternative alla chemioterapia e in molti casi, per fortuna, sono state trovate soluzioni assai meno invasive.

Tutti sono concordi nel dichiarare che l’arma vincente contro il tumore resta la diagnosi precoce, possibile solo grazie ad esami preventivi e ad una grande attenzione a se stessi, e la prevenzione.
Sorvolando sul fatto che la prevenzione medica costa e che il nostro ministro della salute ha tirato la coperta corta delle risorse della sanità pubblica riducendo la mutuabilità proprio di molti accertamenti diagnostici preventivi per patologie tumorali, è importante ricordare che prevenzione significa anche mettere in atto stili di vita e comportamenti che non ci facciano male. Cancerogeno, parola spaventosa che sentiamo spesso ripetere associata alle cose più disparate (vedi la paranoia per l’olio di palma che ha imperversato nel web qualche anno fa) ha un significato scientifico preciso: agenti cancerogeni sono quelle sostanze o preparati che per azione protratta nel nostro organismo possono determinare neoplasie, nei soggetti esposti, anche a distanza di anni dal momento della cessazione dell’esposizione stessa.
E parliamo anche di agenti mutageni, cioè delle sostanze o preparati che possono indurre mutazioni nelle cellule viventi (con il termine mutazione si intende che una cellula non ha più la stessa composizione genetica delle altre cellule dell’organismo).

La comunità europea classifica gli agenti cancerogeni in tre categorie:
Categoria 1: esistono prove sufficienti per stabilire un nesso causale tra l’esposizione dell’uomo ad una sostanza e lo sviluppo dei tumori;
Categoria 2: esistono elementi sufficienti per ritenere verosimile che l’esposizione dell’uomo ad una sostanza possa provocare lo sviluppo di tumori, in generale sulla base di: adeguati studi a lungo termine effettuati su animali; altre informazioni specifiche;
Categoria 3: sostanze da considerare con sospetto per i possibili effetti cancerogeni, sulle quali però non sono disponibili informazioni sufficienti per procedere ad una valutazione completa. Alcune prove sono state ottenute da opportuni studi su animali, non bastano però per classificare la sostanza nella categoria 2.

Nel mondo del lavoro, questi concetti sono chiari e diffusi: chi deve utilizzate sostanze cancerogene di tipo 1 o 2 deve essere iscritto in un registro degli esposti comunicato alle autorità competenti e il ciclo di lavoro deve prevedere la massima protezione per il soggetto coinvolto.
Eppure le stesse persone che sul luogo di lavoro leggono con assiduità l’etichetta dei prodotti chimici che devono utilizzare, poi, passata la porta si dimenticano tutto e mettono in atto comportamenti altamente lesivi della propria salute, con la benedizione dello Stato che non solo permette, bensì incentiva, e pure della società che incoraggia la trasgressione delle più elementari regole di tutela della propria salute.

Vorrei ricordare a tutti che il tabacco è un cancerogeno di tipo1, come i superalcoolici, e pure gli spinelli (20 volte più cancerogeni delle sigarette!), cioè esistono studi scientifici incontrovertibili che rintracciano un nesso di causalità (da non confondere con casualità) tra tali sostanze e l’insorgenza di tumori.

Poi esistono comportamenti che sono cancerogeni: i rapporti anali abituali, ad esempio, aumentano la probabilità di cancro al colon e quelli orali di cancro alla bocca e alla gola. Parlare al telefonino senza auricolare per più di un’ora al giorno determina maggiore incidenza del cancro al cervello. E invece il famigerato zucchero bianco, come pure l’olio di palma, per quanto sotto la lente della scienza da anni, non hanno ancora rivelato il loro presunto carattere cancerogeno, ma solo effetti collaterali metabolici dovuti ad assunzioni eccessive (ovviamente assumere troppi zuccheri o grassi non fa bene).

Dunque i proclami che inneggiano alla prevenzione sono benedetti, soprattutto perché la salute del singolo è un bene collettivo: un cittadino malato è, molto cinicamente, un costo per la collettività e inciampare in una malattia a causa di un comportamento dannoso che si sarebbe potuto evitare è da stupidi e incoscienti, come attraversare la strada senza guardare.

Mi piacerebbe che chi accoglie con approvazione gli inviti di tanti personaggi famosi e non alla prevenzione ne capisse anche il senso, lo Stato prima di tutto, questo Stato che lucra sulle sigarette e sui superalcoolici e adesso vuole pure liberalizzare le droghe “leggere” (e comunque cancerogene); questo Stato che mette sullo stesso piano il matrimonio di un uomo e di una donna con l’unione omosessuale che prevede pratiche sessuali dannose per la salute e permette che nelle scuole vengano distribuiti volantini delle associazioni LGBT dove vengono presentati allo stesso modo un rapporto anale e un rapporto eterosessuale.

Se è vero che sono aperte cause decennali per i malati di mesotelioma dovuta ad esposizione ad amianto di 40 anni fa e che lo Stato richiede agli imprenditori risarcimenti per tali esposizioni che andavano evitate, allo stesso modo pretenderei dallo Stato che tutelasse la salute dei cittadini seguendo le tre regole fondamentali della prevenzione: limitazione dell’esposizione il più possibile (e non, come sta succedendo, incentivazione dei comportamenti scorretti), informazione (vera e dettagliata), e controllo.

Ma forse è più comodo lasciare che la rete si infiammi in crociate contro l’innocente aspartame piuttosto che focalizzarsi sui rischi veri, reali e comprovati. Qualcuno guadagnerebbe di meno.

Pubblicato su La Croce il 08/07/16

Quasi-morte di Emily e sua sopravvivenza

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Una ragazza ventiquattrenne, perfettamente sana e circondata da famiglia e amici, dice di voler morire e chiama un medico a farle un’iniezione letale. Pianifica il funerale con le amiche, addirittura fa girare un docufilm dall’Economist e poi rimanda indietro il “medikiller” che bussa alla porta.
Questi gli scenari quotidiani dove esiste una legge sull’eutanasia

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Emily voleva morire, ma adesso non sa più quello che vuole veramente.

L’Economist ha girato un breve film, una ventina di minuti, dove racconta, per bocca di Emily, il suo dolore di depressa cronica grave e il suo percorso per ottenere l’accesso all’eutanasia, che in Belgio è concessa anche per disagio psichico.

Nel filmato parla la madre, parla qualche medico, si vedono un paio di amiche.

Mi ha colpito tanto la normalità di tutto quel che gira attorno ad Emily, la rassegnazione con cui gli occhi di chi le vuole bene si fanno lucidi, mentre accettano la sua decisione di morire. Sembra che tutti siano convinti che non si può fare altro.

Emily seduta su un prato, accanto a due giovani ragazze come lei, a parlare di come sarà il suo funerale. Una le chiede come vuole che appaia, che immagine vuole dare di sé, nel ricordo. Emily si stringe nelle spalle, non le importa, lei vuole solo andarsene.

Il medico che le spiega come avverrà la procedura parla con la voce bassa, un sorriso quieto, come di chi sta cercando di accarezzare un cucciolo spaurito trovato per strada. Le ripete che può cambiare idea anche all’ultimo minuto, che non si deve sentire in obbligo di andare fino in fondo se non è sicura. La madre interviene e sottolinea queste frasi, si attacca a questa speranza: nessuno penserà male di te se cambi idea, non lo devi fare per forza!

Emily sospira, si sente sollevata. Emily non ne può più di dover vivere, non sopporterebbe di dover anche morire. E’ costretta in un tunnel buio di psicosi continue, di tristezza angosciante, di dolore insensato. Emily non ne può più di tentativi di cure, di ricoveri, di cose da fare per provare a stare meglio. Emily è stesa a terra nel suo spirito, giace sull’erba verde e fresca di una natura che ride impunemente nonostante il suo dolore, è arresa.

Non sa cosa l’aspetta di là, Emily non ha fede. Però è convinta che starà bene, che troverà la pace. Non sa se in un oblìo, nel nulla o nel paradiso. Quella pace che sogna, però, da qualche parte deve essere e se non è qui, deve per forza essere di là. Perché non avrebbe senso desiderare così tanto una cosa se poi questa cosa neanche esiste. Chi te l’ha messa nel cuore quella nostalgia? Dove l’hai sentito quel profumo? Da dove viene la voglia di dolce, se non l’hai mai mangiato?

Emily pian piano si quieta, i giorni scorrono lenti, la certezza che la sua fine ha una data le dona una pace mai provata. E così arriva il giorno. Suonano alla porta, è il dottore che la farà morire. Emily sorride e dice no grazie, non oggi almeno. In fondo quelle due settimane sono state sorprendentemente piacevoli, non è il momento giusto per scendere dalla giostra. Non sa perché, da cosa le viene questa nuova ed insperata tranquillità, ma Emily se la gode tutta e rimanda l’appuntamento con la morte, almeno finché si sentirà bene. Forse la consapevolezza di poter davvero terminare ogni suo dolore in modo chiaro e pianificato, quando più le va, le dona anche la scoperta che non è proprio quello che vuole.

Ma poi Emily lo sa, lo ha sempre saputo, che non vuole morire: Emily vuole solo non soffrire più. Ed è quello che vogliamo tutti. Solo quando in noi è scomparsa ogni speranza, allora abbracciamo anche l’idea della morte come una liberazione. Questo vale sia per i malati fisici che per quelli psichici.

Quel che il filmato non dice è come l’hanno presa gli amici e i familiari: supponiamo tante manifestazioni di sollievo, ma io temo che ci sia dell’altro. Chi vuole morire, chi è tanto disperato da considerare la morte un’ipotesi percorribile volontariamente, seppur estrema, senza che ne abbia una piena consapevolezza sta ricattando chi gli è intorno, nel senso che sta lanciando un segnale di sos potentissimo, sta chiedendo aiuto, sta pretendendo un aiuto. E’ impossibile non rendersene conto.

Se una mia amica mi dicesse che se ne va a morire in Svizzera o in Belgio, potrei in coscienza fare solo due cose, l’una opposta all’altra: o cercare con tutte le mie forze di dissuaderla, fino ad essere persino prepotente, fino a darle tutto il mio tempo, tutto il mio amore, tutte le mie parole, oppure salutarla in fretta e sperare che si allontani in silenzio, perché non potrei continuare a vivere pensando di avere qualcosa a che fare con la sua morte, di essere in qualche modo causa e semplice testimone. Per chiarire, o ne sono in qualche misura colpevole, e allora dovrei dare la vita per fermarla, o non ho nessuna responsabilità e allora me ne lavo le mani il prima possibile, perché la vita deve andare avanti, la vita è difficile, richiede impegno e concentrazione sui suoi drammi, non si può restare bloccati in eterno nel corridoio della camera mortuaria ad attendere l’inizio del funerale. Dice il detto: chi muore giace e chi vive si dà pace. Ed è drammaticamente vero.

Cos’è dunque questo limbo di non vita e non morte in cui rimane Emily? Cos’è per lei e per le persone che le vogliono bene e che ogni giorno le parlano, pensando che con una parola sbagliata potrebbero infrangere il suo precario equilibrio e indurla al suicidio assistito già pronto dietro l’angolo?

La morte come ipotesi con cui convivere nella quotidianità non è compatibile con la parte sociale di noi, non è compatibile con il grado di stress che possiamo far sopportare agli altri per interagire con noi. Essere quella che vuole morire suscita un momentaneo pietismo, una fitta commozione e poi, a seguire subito dopo, un naturale fastidio. Forse che gli altri non possono più ridere? Forse che nessuno può più andare in vacanza, perché io sono con un piede nella fossa?

Chi si suicida, di solito lo fa in due modi: o in momento di rabbia (e spesso sono omicidi suicidi, con plateali dichiarazioni di guerra al mondo o a qualcuno in particolare a cui viene attribuita la colpa) oppure in silenzio, senza spiegazioni, al massimo due righe striminzite vergate all’ultimo minuto. I suicidi di questo secondo tipo chiedono sempre scusa e spesso dicono pure grazie per quello che hanno ricevuto, anche se non è bastato. C’è la coppia che ha perso tutto, compra regalini per i vicini, finge di partire per un viaggio all’estero, saluta tutti e poi si mura in casa a morire; c’è la donna che scompare e la ritrovano in fondo ad un fiume; c’è l’uomo che si spara un colpo in testa dopo aver lasciato istruzioni su come riscuotere la polizza assicurativa. Nessuno dichiara prima la sua intenzione, in modo serio e pianificato. Al massimo sbotta un rabbioso “se continua così, mi suicido” o un desolato “se morissi!”. Dietro un suicidio sofferto esiste sempre il senso di colpa, la consapevolezza implicita di stare commettendo un errore, una debolezza, una resa vigliacca.

Invece avviare la pratica per l’eutanasia, presentarsi con una data precisa, un metodo scelto, una decisione già presa, e accogliere questa notizia con pietà e compassione è un nuovo modo di sostenere la normalità della disperazione. E’ la nobilitazione della resa.
Leopardi già ce lo diceva, che lui non era affatto depresso, era solo realista e la vita faceva obiettivamente schifo (riassunto molto colorito del pensiero di un gigante della letteratura italiana, i puristi non me ne vogliano). Leopardi non si è suicidato però.

Qual è il dolore massimo, fisico o psichico, che una persona può sopportare? Non dipende dal dolore in sé, ma dalla speranza di chi lo porta. C’è gente che in guerra ha fatto chilometri con una pallottola in una gamba per andare a chiedere aiuto e salvare i commilitoni e c’è gente che non sopporta nemmeno un’iniezione. Negli USA una donna depressa all’inverosimile, talmente abbattuta da non riuscire a sopportare nemmeno il peso della borsa sul braccio, sollevò da sola la macchina sotto cui era rimasto bloccato il figlio a seguito di un incidente. Questo è l’uomo. Questa è la donna.

La vita non è una questione di benessere psico-fisico, ma di speranza e coraggio. Chi non spera, muore. Sì, ci dicono che l’amore è tutto. Ma non è vero. Se nessuno ti ama, ma hai la speranza di essere amato, vivi lo stesso. Se sei in un campo di concentramento e speri che ti salvino, vivi lo stesso. Se sei prigioniera di Boko Haram e speri che ti liberino, vivi lo stesso. Vivi nell’inverno russo con le scarpe di cartone, stringendo sul petto la foto della mamma o della moglie; vivi in una buca nel terreno, in un interminabile sequestro, parlando con un ragno; vivi in un polmone d’acciaio, in orizzontale, dentro quattro pareti, aspettando un donatore. L’uomo vive dove c’è speranza, speranza in qualcuno che venga a salvarci dal nostro dolore o in Qualcuno che dia un senso al nostro dolore (e allora in questo caso la speranza si chiama fede).

L’eutanasia che speranza dà? Ha senso terminare il dolore terminando anche la vita? Nella resa incondizionata di chi si abbandona alla morte assistita, dov’è la speranza? Quanto sopravviverà Emily nel suo limbo pre-morte, se non troverà un motivo per cui lottare, mentre la gente intorno si ritrae a poco a poco?

Una bizzarra ricerca presso la University of the South a Sewanee in Tennessee ha messo a confronto lo stato d’animo di tre gruppi di persone: un gruppo era invitato a fare buone azioni verso il pianeta o verso gli altri; un gruppo a fare gesti di affetto per se stessi, come regalarsi una giornata di relax, e un gruppo non faceva niente. Dopo sei settimane i risultati sono stati inequivocabili: solo chi si era speso altruisticamente era più felice, stava semplicemente meglio.

Emily non ha bisogno di pietà, ha bisogno di qualcuno che la prenda per mano e la faccia lavorare per il prossimo. Già don Oreste Benzi, per recuperare alla vita i disperati ex tossicodipendenti , li metteva al servizio dei disabili, li faceva lavorare per loro, spingere carrozzine, imboccare tetraplegici. E quelli rinascevano. Nel dono per qualcun altro, nell’altruismo, ritrovavano la speranza, il senso di sé, dell’essere utili per qualcuno.

In questo mondo di atomi isolati, pian piano stiamo morendo tutti. Qualcuno salvi Emily, per favore: andate a chiederle aiuto, e così l’aiuterete per davvero.

Pubblicato su La Croce il 22/06/16

Lia Mills e il suo discorso anti aborto

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A febbraio 2009 la dodicenne Lia Mills, di Toronto è diventata una star nella sua scuola e su Youtube con i suoi cinque minuti di discorso a favore della vita, realizzato per un concorso scolastico. Nonostante lo scoraggiamento e l’aperta opposizione degli insegnanti, la presentazione di Lia è stata così ben fatta che ha vinto il concorso dal quale era stata in un primo momento esclusa, a causa proprio dell’argomento “controverso” che aveva scelto.
Il discorso è disponibile nella sua interezza su Youtube, dove è stato visto oltre 2.700.000 volte e ha scatenato una accesa discussione.

Sorgente: Lia Mills e il suo discorso anti aborto

Ciao ciao piccola Katty

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Torrebelvicino è un comune di poco meno di 6000 anime, vicino a Schio, in Veneto. Nella sua piazza c’è un’epigrafe, che riporta la foto riccioluta e corvina di una ragazza, e un nome: Katty.

Si tratta di Ketty Marzari, una ragazza giovane e bella, che a soli 21 anni, in un fatale pomeriggio del 1991, a seguito di un gravissimo incidente lungo la provinciale Schio-Malo, è entrata in coma ed è rimasta in uno stato di incoscienza per 25 anni, fino a che è morta. All’epoca l’incidente suscitò una grande mobilitazione, a causa della riconosciuta pericolosità dell’incrocio in cui avvenne il frontale e ci fu una raccolta firme (ben 2330 persone) per chiedere in comune un intervento sulla viabilità che risolvesse radicalmente le criticità, in modo da far sì che Katty fosse davvero l’ultima vittima.

Poco dopo quell’incidente maledetto, i Pooh tennero un concerto proprio a Schio. Verso la fine della serata, i quattro musicisti intonarono Piccola Katy, dedicandola “a un’amica che stava lottando per la vita”. L’arena si ammutolì in un silenzio surreale e commovente, poi al termine scoppiò l’applauso. All’uscita dal concerto, la gente si portò a casa la malinconia, al pensiero di quella giovane ragazza che lottava in un letto di ospedale.

Poi la trepidazione per le sorti incerte di Katty ha ceduto il passo al trascorrere lento e anonimo del tempo, e mentre le vite di tanti si dispiegavano nella costruzione del proprio destino, Katty restava lì, in quel letto. Sono passati 25 anni, il padre della ragazza è deceduto, la madre le è rimasta accanto per tutti questi anni, accudendola a casa, con amore e discrezione. Alle 10 di martedì 14 giugno la chiesa parrocchiale di San Vito di Leguzzano le darà l’ultimo saluto terreno e la signora Libera, la madre di Katty, tornerà libera.

La definizione diffusa di stato vegetativo è condizione clinica in cui il paziente è sveglio, ma non è cosciente. Un paziente in stato vegetativo ha perso le funzioni neurologiche cognitive e la consapevolezza dell’ambiente intorno a sé, ma mantiene quelle non-cognitive e il ciclo sonno-veglia; può avere movimenti spontanei e apre gli occhi se stimolato, ma non parla e non obbedisce ai comandi. I pazienti in stato vegetativo possono apparire in qualche modo normali: di tanto in tanto possono fare smorfie, ridere o piangere. Tutto questo senza però valenza emotiva e volitiva. Un semplice e puro automatismo riflesso.

Uno stato vegetativo è considerato permanente quando è trascorso un tempo sufficientemente lungo oltre il quale non sono notate attività di ripresa della coscienza (tipicamente 12 mesi).

Uno studio del ministero della salute del 2009 sullo stato vegetativo e di minima coscienza in realtà riporta una definizione differente:

“In seguito alla considerazione dei nuovi dati scientifici in loro possesso, gli esperti di questo gruppo si sono pronunciati perché lo stato vegetativo sia diagnosticato senza connotarlo con gli aggettivi di “persistente” o “permanente”, ma indicando piuttosto la causa che lo ha determinato e la sua durata in settimane o mesi. Questo anche perché queste definizioni si sono nel tempo rivelate imprecise, oltre che essere fraintese e usate a sproposito anche dalla stampa.

Inoltre in questo documento si chiarisce che non può essere esclusa la presenza di elementi di coscienza nei pazienti in stato vegetativo, ma che il livello e la qualità di tali elementi di coscienza variano verosimilmente da paziente a paziente, anche in dipendenza dal contesto ambientale. Dagli studi sembrerebbe che non possa essere escluso in assoluto un miglioramento delle funzioni cognitive, anche a distanza di molti anni dall’evento acuto, a seguito di processi rigenerativi e di riorganizzazione plastica (rewiring) delle strutture cerebrali.

E’ possibile anche affermare che alcune persone in questo stato hanno dimostrato di sentire dolore. Cosa che non può essere ignorata quando si tratta di decidere del loro trattamento e che implica un approccio differente anche dal punto di vista sociosanitario.”

In Italia ci sono circa 1500 persone in stato vegetativo, di cui il 40% sono accuditi a casa da familiari. E’ un dramma che dura anni, che coinvolge non solo il paziente, ma tutta la sua famiglia, che si vede stravolta la vita, restando appesa ad una speranza di recupero che a volte il tempo tradisce crudelmente.

Abbiamo una terribile paura di una simile situazione, ci sorprendiamo ad augurarci che chi si trova in stato vegetativo muoia presto, immaginando non tanto lo stato di limbo incosciente in cui si trova il malato, quanto piuttosto la prigionia irrisolvibile dei familiari che restano bloccati al loro capezzale.

Ho conosciuto personalmente una moglie che ha vissuto questo dramma: il marito è scivolato in uno stato vegetativo dopo un incidente di fulminazione sul lavoro e vi è rimasto per 8 anni, fino al suo decesso. Ero presente al funerale, l’ho sentita dire con le mie orecchie che lei ringraziava per ogni giorno vissuto così, anche così, accanto a quell’uomo che amava e che era presente a lei, in un modo diverso dal consueto, ma pur sempre presente. Disse anche che suo marito era un uomo che nella vita si era sempre speso per gli altri con una generosità a volte pure avventata, senza filtri e che il suo Dio gli aveva domandato davvero una prova d’amore lancinante: restare fermo ad accettare le cure degli altri senza poter ricambiare.

Le lacrime ci sono scivolate sulla faccia a fiumi, senza ritegno. E mi sono sorpresa di quanto fosse presente nel cuore di tutti quell’uomo assente da ben 8 anni, quasi già morto, non in grado di interagire più con nessuno. Ci sono funerali di persone incontrate al bar fino al giorno prima che non generano una tale commozione né un così vivo ricordo. Quando davvero si può dire che una persona vive?

Martedì ci sarà il funerale di Katty, già ora i giornali locali riportano la notizia, sicuramente la chiesa sarà gremita, come per l’ultimo saluto di una star famosa. Cosa attirerà i concittadini di San Vito? Cosa andranno a vedere? Il jet-set? Le lacrime della madre e dei fratelli? Le foto di una ragazza di 25 anni fa? Io credo che andranno a vedere lei, la madre, quella donna che è stata testimone del calvario lento di questa giovane ragazza, del suo consumarsi come una candela silenziosa, nella routine monotona degli ultimi 25 anni. Andranno a guardare sul viso di Libera quella forza che noi pensiamo di non avere, quell’amore che temiamo di non saper donare, quella perseveranza che preghiamo non ci venga mai chiesta.

Andranno a cercare il segreto della vita e la bellezza lancinante del cuore umano che sa donarsi in questo modo, fino all’ultimo minuto di sé, per un’altra creatura, senza nessun contraccambio, senza nessuna soddisfazione che non sia la pietà di una madre verso la figlia. Abbiamo fame di un amore così, vorremmo essere capaci di donarlo e degni di riceverlo. Che spettacolo di madre!

Pubblicato su La Croce il 14/06/16